Analisi e commenti

Pensioni/Perché non alzare anche l’età per le donne

di Giuliano Cazzola

07-07-2007

La presidenza del Consiglio è stata costretta a rettificare (o comunque a chiarire) quanto il premier aveva affermato a proposito delle pensioni: e cioè che il Governo avrebbe abolito lo scalone, reperendo la copertura finanziaria occorrente da risparmi nella pubblica amministrazione. Sarebbe stato come andare sulla luna in bicicletta. Gli esegeti del pensiero di Prodi, dunque, hanno subito reso noto - provocando la disillusione delle componenti di sinistra della maggioranza - che non d’abolizione si sarebbe trattato ma dell’elevazione graduale dell’età di pensionamento di anzianità.

È bene, allora, rifare i conti (la calcolatrice è uno strumento utile) sugli oneri di tale operazione. Li ha fatti, con riferimento al periodo compreso tra il 2008 e il 2016, la Ragioneria Generale che, nella trattativa, affianca il ministro Padoa Schioppa e gli fornisce argomenti per resistere a quanti - e sono troppi - pensano che per governare sia necessario mandare al potere la fantasia.

Va ricordato, innanzi tutto, che la riforma Maroni-Tremonti del 2004 non si limitava ad innalzare in un colpo solo (a partire dal 2008) il requisito contributivo da 57 a 60 anni, ma indicava un percorso più lungo che terminerà nel 2014 con il limite di 62 anni per i dipendenti e a 63 per gli autonomi.

Rinunciare a questa prospettiva, ripristinando - come vorrebbero le forze più radicali dei partiti e dei sindacati - la normativa previgente ancorata ai fatidici 57 anni con 35 di versamenti, significherebbe cestinare la bellezza di 65 miliardi di euro.

Se invece si adottasse una linea di gradualità (confermando gli obiettivi finali della legge del 2004 sia pure in un tempo più lungo e con una partenza meno accelerata) le necessarie coperture finanziarie ammonterebbero da un minimo di 2,5 miliardi (se il gradino del 2008 fosse di 59 anni) ad un massimo di 9,5 miliardi (se fosse di 58 anni), nell’insieme del periodo considerato.

Come e dove reperire queste risorse? A parte un ulteriore incremento dell’aliquota contributiva dei lavoratori parasubordinati (che senso ha accanirsi sempre con il settore più debole del mercato del lavoro?), la carta che il Governo intende giocarsi è la cosiddetta razionalizzazione degli enti previdenziali. A questo proposito sono circolate ipotesi di risparmio assai poco credibili.

Esiste, quindi, un rischio reale di difficoltà di copertura; le preoccupazioni in tal senso non costituiscono un accanimento ‘terapeutico’ della Commissione europea, tanto più che la questione-scalone - oggettivamente è tale da condizionare l’equilibrio dei conti pubblici - è totalmente ignorata nel Dpef. Tutto ciò premesso, la situazione sarebbe certamente meno grave se Governo, maggioranza e sindacati (è in questo triangolo che si compiono i destini delle future pensioni) convergessero nella ricerca di una soluzione graduale e non nel ripristino dello status quo.

Ma fare previsioni resta difficile. Prodi sembra deciso ad avvalersi del dodecalogo per dire l’ultima parola a nome dell’Esecutivo. Sul piano tecnico, c’è un solo modo per compensare la ‘spalmatura’ dello scalone: elevare gradualmente (con la medesima cadenza prevista per l’anzianità) fino a 62 anni l’età di vecchiaia delle donne.

Ma è arduo pensare che un obiettivo siffatto, che trova sostenitori anche all’interno dell’Esecutivo, potrebbe coagulare un consenso sufficiente nella maggioranza.

 

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