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Pakistan. Moschea Rossa / Missione compiuta ad alto costo politico

12-07-2007

IL CAIRO. Missione compiuta: la Lal Masjid, la moschea radicale nel cuore di Islamabad, è stata conquistata dalle forze armate pachistane dopo 36 ore di violenti combattimenti che hanno lasciato sul campo almeno sessanta morti. Ma il costo politico di una scelta obbligata per il presidente generale Pervez Musharraf è ancora tutto da vedersi.

I ribelli asserragliati nel complesso della moschea, grande quanto due isolati, hanno ceduto sotto i colpi del commando di 164 paramilitari, non senza avere opposto una resistenza ben superiore alle previsioni. Esplosioni sono continuate per tutta la mattina del secondo giorno di assalto, mentre i soldati cercavano di sconfiggere gli ultimi ribelli chiusi nei sotterranei.

Nove i militari uccisi, cinquanta i militanti, fra cui il capo dei ribelli Abdel Rashid Ghazi, caduto martedì nel fuoco incrociato. Il corpo è stato consegnato ieri al suo villaggio natale. 86 persone si sono consegnate alla polizia. Il primo ministro Shaukat Aziz ha dichiarato che non è stato trovato nessun cadavere di donne e bambini. Prima del lancio dell' ‘Operazione silenzio', all'alba di martedì, le autorità avevano detto che i ribelli, comandati da elementi della rete terroristica di al Qaeda, tenevano in ostaggio donne e bambini. Con il bilancio delle vittime non ancora definitivo - la stampa pachistana parla di una cifra tra 80 e 200 morti - quello sull'operato di Musharraf resta sospeso.

L'opposizione laica non critica tanto l'intervento quanto la scarsa determinazione del generale a combattere il fondamentalismo. I radicali condannano l'uccisione di "martiri" musulmani.

Dimostrazioni ci sono già state nelle zone tribali, nella provincia del Nord Ovest e nel Belucistan, dove più sono radicati gli estremisti, ma nulla del genere è avvenuto nella capitale o nelle grandi città di Lahore e Karachi.

Il pericolo che la protesta monti resta tuttavia reale. D'altronde il presidente, dopo un assedio di otto giorni ad una moschea a tre chilometri dal suo ufficio, non aveva scelta se non l'attacco. L'attuale opposizione a Musharraf, religiosa e laica, è la più agguerrita dal '99,quando il generale prese il potere con un colpo di stato militare.

Il Pakistan, 165 milioni di abitanti, è il secondo Paese musulmano del mondo e Mushar-raf, che dal 2003 ha ordinato con più o meno convinzione la repressione di taleban e estremisti, è sopravvissuto ad almeno quattro attentati.

Per Imran Khan, leader del Movimento per la giustizia, l'assalto "avrà conseguenze inattese e pericolose". Ma martedì dall'esilio l'ex premier Benazir Bhutto, leader del Partito popolare, d'opposizione, è stata la prima a esprimere il suo sostegno per la decisione presa da Musharraf, in una conferma indiretta di un presunto accordo tra i due: lui fa cadere le incriminazioni per corruzione e lei lo sostiene nelle elezioni di fine anno per il secondo mandato quinquennale.

Un patto che va benissimo anche agli Stati Uniti, i quali vogliono una competizione dall'apparenza democratica che riconfermi il loro alleato. Immediata è stata martedì la reazione di Washington all'attacco alla moschea: "una questione interna", gestita in modo "responsabile".

 

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