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Un uomo nel corso della protesta per liberare le bulgare

Libia. Confermata la condanna a morte delle infermire bulgare. Ora si spera nella grazia

di Flavia Bussotti e Atanas Tsenov

12-07-2007

VIENNA. Nessuna sorpresa a Sofia per la conferma della condanna a morte delle cinque infermiere e del medico bulgari emessa ieri dalla corte suprema libica: la speranza è riposta ora in una soluzione politica che si traduca nella concessione della grazia da parte del Consiglio supremo della giustizia, che si riunirà lunedì 16 luglio.

Con la sentenza ieri mattina della corte suprema cala il sipario processuale su una tormentata vicenda durata nove anni, che ha visto l'interessamento di tutta la comunità internazionale, segnatamente dell'Ue e da ultimo del presidente Usa George Bush nella sua recente visita a Sofia, per salvare dalla morte le cinque infermiere e un medico di orgine palestinese che ha acquisito nel frattempo la cittadinanza bulgara.

Dopo un processo durato anni, i sei - le infermiere Valya Chervenyashka, Snezana Dimitrova, Nasya Nenova, Valentina Siropulo e Kristiana Valceva e il medico Ashraf Ahmad Jum'a - sono stati condannati lo scorso dicembre a morte da un tribunale libico con l'accusa di avere deliberatamente inoculato il virus dell'Aids a 426 bambini libici dell'ospedale Al Fateh di Bengasi, 56 dei quali sono morti.

Secondo esperti di fama internazionale il contagio era dipeso invece dalle pessime condizioni igieniche dell'ospedale. Dopo la conferma della sentenza ieri, l'ultima parola spetta ora al Consiglio supremo della magistratura, un organo politico presieduto dal ministro della giustizia libico, che potrebbe decidere di concedere la grazia o commutare la pena in una condanna di detenzione.

I sei, che si sono sempre detti innocenti e hanno denunciato che le loro confessioni sono state estorte con la tortura, potrebbero in tal caso scontare la pena a Sofia, in conformità con l'accordo di estradizione raggiunto da Libia e Bulgaria nel 1984.

Lo stesso ministro degli Esteri libico, Abdel Rahman Shalgham, nell'annunciare la riunione del Consiglio lunedì, ha accennato ieri a una "soluzione politica" che tenga conto anche di "questioni umanitarie". Le speranze di un rilascio dei sei avevano ripreso quota martedì sera con l'annuncio della fondazione intitolata a Muammar Gheddafi, figlio del leader libico, secondo la quale sarebbe stato raggiunto un accordo fra i genitori delle vittime e l'Ue sull'entità dei risarcimenti.

Le famiglie avevano chiesto dieci milioni di euro per bambino, cifra molto al di là della disponibilità dell'Ue. Anche il ministro Shalgham ha sottolineato che un'intesa sul versamento dei risarcimenti tramite un fondo speciale gestito dall'Ue avrà un ruolo nell'atteggiamento del Consiglio.

Nel caso le condanne a morte vengano commutate in pene detentive, ha detto, gli anni di carcere preventivo potrebbero essere scalati. Finora la Bulgaria si è rifiutata di parlare di indennizzi perché ciò significherebbe una ammissione di colpevolezza.

Nella speranza di sviluppi positivi, Sofia ha reagito in maniera assai contenuta alla conferma delle pene capitali: il portavoce del ministero degli esteri Dimitar Tzancev, dopo un no comment, ha aggiunto che "la Bulgaria è pronta a reagire nei prossimi giorni a seconda degli sviluppi della situazione".

Il procuratore generale della Repubblica, Boris Velcev, ha sollecitato un'azione politica per ottenere la grazia dicendo che "ciò che non è stato raggiunto dalla giustizia lo sarà dai politici".

Il presidente Georgi Parvanov e il premier Serghei Stanishev hanno dichiarato che la Bulgaria rimane in attesa di misure tempestive da parte del Consiglio superiore per chiudere defini-tivamente il caso.

Parvanov ha ringraziato "tutti i partner dell'Europa e nel mondo che si sono impegnati per la giusta conclusione del caso e per la liberazione delle infermiere" e si è detto fiducioso che la decisione del Consiglio "sarà positiva". Stanishev ha auspicato che il Consiglio supremo lunedì metta fine "all'agonia in tribunale".

 

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