Il fatto

L'aula del Senato

Giornata di passione al senato. Giustizia. Maggioranza battuta, Mastella minaccia le dimissioni

12-07-2007

ROMA. E' stato un giorno di passione per la maggioranza al Senato quello di ieri. Il centrosinistra ha dovuto sudare le sette camicie per esaurire tutte le votazioni sugli emendamenti all'articolo 2 del disegno di legge di riforma dell'ordinamento giudiziario. E non è ancora finita. Eppure la seduta di Palazzo Madama era cominciata in un clima di fair play: I capigruppo dell'opposizione si erano impegnati a non ricorrere all'ostruzionismo, garante il presidente del Senato Franco Marini. Ma a metà mattinata è arrivato il colpo inaspettato: tre senatori del centrosinistra, Roberto Manzione, Willer Bordon e Roberto Barbieri (i primi due dielle dell'Ulivo, il terzo ex diessino ora vicino ai socialisti) hanno fatto lo sgambetto alla maggioranza votando un emendamento (dello stesso Manzione) che il governo aveva chiesto di bocciare.

Tutti i senatori del centrodestra presenti in aula si sono uniti ai tre esponenti del centrosinistra, e l'emendamento è passato con 157 sì e 154 no: determinanti proprio i tre senatori ribelli.

Per fortuna della maggioranza, il contenuto della modifica introdotta non era troppo dirompente: in pratica stabiliva solo che i magistrati che intendono cambiare funzioni (da pm a giudice) e settore (da penale a civile) devono obbligatoriamente cambiare provincia. Una modifica minima rispetto al testo della maggioranza (al posto della provincia parlava del circondario, ma quasi sempre i due concetti coincidono).

Ma tanto è bastato per mettere in crisi il fragile equilibrio raggiunto mercoledì sulla spinosa questione della distinzione delle funzioni dei magistrati. Il ministro Mastella ha reagito duramente, facendo sapere di essere pronto alle dimissioni in caso di approvazione dell'altro emendamento presentato da Manzione: quello che consente agli avvocati di essere presenti nei consiglio giudiziari (gli organi che, tra l'altro, sono chiamati a valutare i magistrati). "Voglio vedere se c'é la maggioranza: san Giulio si festeggia una volta sola all'anno", ha detto riferendosi al voto determinante di Giulio Andreotti, che mercoledì aveva salvato la maggioranza dal tracollo. Una reazione molto forte, di cui molti nella maggioranza, ma anche a Palazzo Chigi, avrebbero fatto volentieri a meno. Ma anche l'Italia dei valori ha minacciato fuoco e fiamme: il capogruppo dipietrista al Senato Nello Formisano ha detto chiaro e tondo che i suoi non voteranno il disegno di legge in caso di accoglimento della norma di Manzione sugli avvocati. Ma il suo leader Antonio Di Pietro l'ha frenato: "Gli ho detto di mantenere i nervi saldi perché questo provvedimento è comunque un passo avanti e va votato".

In attesa della nuova prova del nove (che ci sarà oggi con il voto sull'emendamento di Manzione) a finire sulla graticola é stato il presidente del Senato Marini, che ha avuto il suo bel da fare per far svolgere la seduta. Sotto accusa, la sua decisione di tenere in vita l'emendamento della maggioranza sulla separazione delle funzioni anche se un emendamento del leghista Castelli, sostanzialmente uguale, era stato bocciato in mattinata. Era questo il "trappolone" (come l'ha definito l'ex ministro della Giustizia) che il centrodestra aveva preparato per sabotare il cammino della legge. Marini ha difeso la sua scelta, ma il capogruppo di Forza Italia Renato Schifani l'ha accusato di aver compiuto "una forzatura" e Castelli di essere "un presidente di parte".

La questione è finita sul tavolo della giunta del regolamento, che ha avallato la decisione di Marini: ma la giunta si è spaccata come una mela (cinque a cinque) e il verdetto è stato preso con il voto determinante dello stesso Marini.

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