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Combattenti di al Fatah

Miliziani di al-Fatah rinunciano alla lotta armata. Oggi incontro tra Abu Mazen e Ehud Olmert

di Carlo Bollino

16-07-2007

GERUSALEMME. Per la prima volta, dopo decenni di lotta armata, un primo gruppo di 178 miliziani di Fatah ha ufficialmente accettato di deporre le armi e di interrompere la guerra contro Israele. Un nuovo atto di distensione che pone il sigillo sul patto proposto dal Governo di Ehud Olmert di concedere a quegli stessi ex combattenti una inattesa amnistia. L'intesa verrà ufficializzata oggi, quando a Gerusalemme il premier israeliano tornerà ad incontrarsi per la seconda volta in meno di un mese con il presidente palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas).

Il colloquio servirà a chiarire quali altre concessioni, fra le tante richieste da Abu Mazen, Israele sarà pronta ad offrire. "Il momento è propizio", ha commentato sorridendo un consigliere del presidente palestinese, lasciando intendere che il negoziato potrebbe quindi offrire nuovi, importanti, risultati. Olmert (che sembra davvero disposto a tutto pur di sostenere in questo momento la leadership moderata di Fatah) ha deciso di autorizzare l' ingresso in Cisgiordania a due fra i leader palestinesi in esilio più popolari: Nayef Hawatmeh, storico fondatore del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (Fdlp), che manca dalla propria terra dal tempo della Guerra dei sei giorni (1967), e Farouq Al Qaddoumi, capo dell'ufficio politico dell'Olp, esiliato in Tunisia. I due sono invitati a partecipare alla riunione straordinario del consiglio centrale dell' Olp, convocata da Abu Mazen per mercoledì a Ramallah, e che potrebbe servire al presidente per infliggere il colpo forse decisivo ad Hamas, con lo scioglimento del Parlamento e la convocazione di elezioni politiche anticipate.

Il premier israeliano consegnerà poi ad Abu Mazen il suo terzo dono: la lista con i 250 prigionieri di Fatah autorizzati a lasciare le carceri. Abu Mazen potrebbe però avanzare nuove richieste, a cominciare da una riduzione delle incursioni e del numero di posti di blocco israeliani all'interno della Cisgiordania, fino all'autorizzazione a far giungere dalla Giordania ufficiali delle "Brigate Badr" (vicine a Fatah) con l'incarico di addestrare e riarmare le forze di sicurezza regolari dell' Autorità palestinese. Non è chiaro se e quanto Ehud Olmert sarà disposto a concedere ancora, ma è evidente che sul piano politico almeno l' amnistia offerta ai miliziani di Fatah è stata già ampiamente ripagata.

L'annuncio della rinuncia alla lotta armata da parte dei 178 miliziani delle brigate Al-Aqsa, al di là dell'effetto certamente limitato che potrà avere sulla sicurezza degli israeliani e sulla stabilità dell' area, ha tuttavia un alto valore politico e simbolico. Per ottenere il quale il premier israeliano ha accettato persino di offrire l' amnistia a Zakarija Zubeidi, acerrimo nemico degli israeliani e popolarissimo capo delle brigate a Jenin, il campo profughi che é da anni simbolo e roccaforte della lotta armata palestinese. "Io non ho fiducia negli israeliani - ha subito puntualizzato Zubeidi per minimizzare il gesto di deporre le armi - ma ho voluto semplicemente dare fiducia al presidente Abu Mazen, che mi ha chiesto di farlo".

Il disarmo dei 178 miliziani di Fatah è rimasto un gesto finora circoscritto. Gli uomini delle brigate Al-Quds, ad esempio, temuto braccio armato della Jihad islamica, hanno rifiutato di farlo e come loro molti altri movimenti armati attivi in Cisgiordania. Anche i miliziani delle brigate Nasser Salah Addin, braccio armato del Comitato di resistenza popolare, hanno respinto la proposta: "L'amnistia di Israele ha lo scopo di dividere i movimenti palestinesi e criminalizzare i loro membri - ha dichiarato Muhamad Abed al Aal, membro delle brigate Nasser - ed è inconcepibile che adesso i miliziani abbiano bisogno di un permesso per vivere nelle proprie città". Per loro, quindi, la lotta armata continua.

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