Analisi e commenti

La confusione delle lingue. Legge elettorale. Si apre la campagna referendaria.

di Ottorino Gurgo

17-07-2007

Non ci sono più dubbi: il tetto delle cinquecentomila firme per il referendum elettorale è stato raggiunto e superato. Dunque, delle due l'una: o il Parlamento approverà in tempo utile una nuova legge per regolamentare il sistema di voto così da annullare la richiesta referendaria o la consultazione si farà e sul suo esito non dovrebbero sussistere troppi dubbi. Dopo un periodo di apprensione e d'incertezza il comitato promotore, forte di una notevole campagna mediatica e di autorevoli adesioni, ha tirato un autentico sospiro di sollievo e ormai non esita più a proclamare di aver centrato il risultato.
Ed è un risultato di non poco conto anche perché la mobilitazione che, soprattutto negli ultimi giorni, ha reso possibile il conseguimento dell'obiettivo, segna il risveglio della cosiddetta società civile, che negli ultimi tempi era apparsa frastornata e incapace di far sentire la propria voce e che invece, in questa circostanza, ha esercitato in pieno il proprio ruolo di pungolo e di supplenza delle forze politiche, messe finalmente con la spalle al muro e costrette ad assumersi le proprie responsabilità.
Ma, accanto a questo risultato, ce n'è un altro che ci sembra ugualmente meritevole di sottolineatura. Ed è che finalmente, per la prima volta, il vincolo di appartenenza che, dall'inizio della legislatura, aveva indotto leader e partiti a chiudersi a riccio, ciascuno nella propria fortezza, sordi ad ogni ipotesi di dialogo, è stato infranto.
L'ipotesi referendaria, infatti, ha letteralmente spaccato in due gli schieramenti tradizionali facendo registrare punti di vista difformi all'interno dei due poli, non tanto - sia ben chiaro - per prefigurare possibili alleanze politiche diverse dalle attuali, quanto per dimostrare che su singoli problemi, anche di rilievo quale certamente è la riforma elettorale, è possibile derogare da discipline di coalizione troppo rigide e paralizzanti.
Intendiamoci. Non vogliamo spezzare una lancia in favore delle cosiddette "maggioranze aperte" che pure qualcuno ha recentemente ipotizzato e che sono senz'altro sinonimo di confusione, impedendo di governare secondo una linea ed un progetto. Né ci rallegra il fatto che, all'interno del centro sinistra o del centro destra si aprano fronti polemici destinati ad accrescere ulteriormente l'esasperante conflittualità che da troppo tempo fa da contrappunto al dibattito politico, contribuendo a quella disaffezione nei confronti della politica di cui si sono avuti segni visibili e inquietanti.
E tuttavia non ci si può non compiacere del fatto che, soprattutto su temi che non richiedono scelte ideologiche, le forze politiche dell'una e dell'altra sponda rivelino autonomia di giudizio e capacità di ragionare in proprio.
Ora l'interrogativo predominante concerne la possibilità che, come è auspicabile, in Parlamento si formi, sotto la spinta dell'iniziativa referendaria, un ampio schieramento (su temi di questo tipo non è davvero possibile legiferare a colpi di maggioranza) capace di varare la riforma in tempi rapidi e di spazzar via quell'obbrobrio della legge attuale, foriera di ingovernabilità. Del resto, dopo il referendum, seppure, com'è probabile, gli abrogazionisti prevalessero con largo margine, sarebbe comunque necessario varare una nuova legge.
Ma qui - bisogna dirlo con tutta franchezza - è lecito nutrire il massimo dello scetticismo poiché le voci che provengono dall'interno dei partiti lasciano chiaramente intendere che sulla scelta del modello elettorale da adottare esiste una vera e propria confusione delle lingue. Ognuno ha la sua ricetta, la sua proposta, il suo piccolo diktat.

 

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