Dal Mondo

Combattenti di Hamas

Hamas tende la mano. Pronti a restituire Gaza

17-07-2007

TEL AVIV. Stretto in una morsa politica e militare, Hamas prova ad uscire dall'isolamento tornando indietro per come può sui propri errori. "Siamo pronti a restituire le istituzioni della Striscia di Gaza all'Autorità palestinese del presidente Abu Mazen" ha annunciato a sorpresa dal Qatar Khaled Meshaal, leader in esilio del movimento islamico.
Meshall per la prima volta ha ammesso che "sono stati commessi errori", alludendo evidentemente alla presa di potere con le armi compiuta a Gaza il mese scorso dalle sue stesse milizie. O forse ammettendo di non aver capito per tempo che stava per finire in una gigantesca trappola.
Su un punto Meshall ancora non cede: la restituzione ad Abu Mazen del controllo degli organismi della sicurezza "che potrà avvenire - ha tuttavia aggiunto - quando queste strutture saranno riformate secondo un principio nazionale e non più basato sulle fazioni".
Ma l'offerta di Hamas sembra essere giunta in ritardo, sia pure di qualche ora. Forse prevedendola, certamente anticipandola, il premier israeliano Ehud Olmert e il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, offrendo il proprio sostegno al presidente Abu Mazen, hanno ribadito all'unisono l'identica condizione: nessuna ripresa del dialogo con Hamas.
E Abu Mazen, almeno per il momento, ha accettato. La leadership di Fatah cavalca l'onda del consenso internazionale ottenendo dal governo israeliano, in cambio della propria laica moderazione, una serie di concessioni. Ieri il premier Ehud Olmert, tenendo fede alle promesse fatte, ha fatto approvare dall'esecutivo (con il voto contrario di tre ministri) la lista dei 256 prigionieri palestinesi che venerdì verrano rilasciati.
Dopo aver bocciato come "offensivo" un primo elenco di nominativi che la scorsa settimana gli era stato sottoposto dallo Shin Bet (ma che conteneva i nomi di prigionieri che sarebbero comunque stati scarcerati), ieri Olmert ha integrato quello nuovo aggiungendovi anche i nomi di sei donne. "Quella lista è unilaterale - si è lamentato il viceministro per le questioni dei prigionieri, Ziad Abu Ain - gli israeliani non si sono consultati con noi nella scelta dei prigionieri da rilasciare, ed anche se siamo felici che 256 detenuti vengono liberati, dobbiamo comunque ribadire che queste scarcerazioni non servono agli interessi nazionali palestinesi".
Sebbene ufficialmente si tratti in gran parte di detenuti appartenenti a Fatah, l'unico nome di rilievo è in realtà quello di Abdel Rahim Malouh, leader storico del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) e alto dirigente dell'Olp. Amico personale di Abu Mazen, Malouh (che sarebbe comunque tornato in libertà fra un anno esatto), viene considerato da molti analisti come un potenziale negoziatore fra Fatah e Hamas, e non è chiaro a questo punto se l'averlo scelto abbia un qualche legame con questa sua specificità.
Certo è che Hamas appare stretto all'angolo. Oggi a Ramallah Abu Mazen riunisce il consiglio centrale dell'Olp, chiamato a dare sostegno al governo di transizione di Salam Fayyad, ma che potrebbe anche autorizzare il presidente a sciogliere il parlamento e convocare elezioni politiche anticipate. Una batosta politica per il movimento islamico rinchiuso a Gaza, al quale potrebbe immediatamente seguirne una militare: il graduale disimpegno dell'esercito isreliano dalla Cisgiordania (dopo l'amnistia concessa a molti miliziani e il loro disarmo), rischia infatti di concentrare tutte le forze dello Stato ebraico proprio all'interno della Striscia, avendo nel mirino ormai soltanto le milizie di Hamas.
Una prospettiva evidentemente concreta che ha indotto le brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas, a lanciare il loro grido di battaglia, invitando i propri uomini a prepararsi (con sinistra allusione) ad una "sfida esplosiva".

 

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