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Commutata in ergastolo la pena di morte. Infermiere bulgare

17-07-2007

IL CAIRO. Con un verdetto definitivo che alimenta le speranze di una liberazione dei condannati dopo otto anni di carcere, la Libia ha commutato ieri in ergastolo la pena di morte contro cinque infermiere bulgare e un medico di origine palestinese per avere deliberatamente infettato 438 bambini libici.
La decisione è stata presa nella tarda serata di ieri a Tripoli dal Consiglio superiore delle istanze giudiziarie, dopo che le famiglie avevano annunciato di rinunciare alla pena di morte, avendo ricevuto l'indennizzo di un milione di dollari per vittima, prassi prevista dalla legge islamica.
Sofia, apprezzando il "passo avanti" ha detto che da oggi stesso chiederà l'estradizione, in base al trattato bilaterale firmato nel 1984. La tv pubblica ha però sottolineato che nei confronti delle infermiere pendono altre tre cause civili in Libia e ciò potrebbe far ritardare il loro rientro. "È un passo in avanti ma per noi il caso sarà veramente concluso solo quando le nostre connazionali torneranno in Bulgaria", ha detto il ministro degli Esteri bulgaro Ivailo Kalfin.
"La mia interpretazione personale è che la decisione sia equivalente alla grazia perché in islam l'indennizzo è il ‘compenso del sangue' che implica il perdono", ha detto il portavoce delle famiglie Idriss Lagha. La liberazione dei bulgari rimuoverebbe uno dei maggiori ostacoli che si frappongono al ritorno della Libia del colonnello Moammar Gheddafi sulla scena internazionale, dopo decenni di isolamento.
L'accordo sull'indennizzo era stato raggiunto dalla Fondazione Gheddafi, presieduta da Seif al Islam, il trentaquattrenne figlio di Moammar che dirige la diplomazia sotterranea del Paese.
Il denaro proviene da un Fondo speciale d'aiuto di Bengasi, creato nel 2005 da Tripoli e Sofia, sotto l'egida dell'Unione Europea. Le infermiere Kristiana Valtcheva, Nassia Nenova, Valia Tcherveniachka, Valentina Siropulo e Snejana Dimitrova e il medico Ashraf Jumaa Hajuj, di origine palestinese, sono accusati di aver inoculato deliberatamente il virus dell'Aids a 438 bambini di Bengasi, 56 dei quali sono morti. 22 madri dei piccoli sono anche state infettate. Tutti gli imputati si sono dichiarati innocenti e hanno denunciato di avere confessato sotto tortura. Alcuni dei bambini avevano contratto la malattia prima dell'arrivo dei bulgari nell'ospedale di al Fatih. Al massimo, dicono gli osservatori, potrebbero essere accusati di negligenza. La Bulgaria e gli alleati dell'Unione Europea e gli Stati Uniti sostengono che la Libia ha usato i medici bulgari come capri espiatori su cui riversare le critiche alla malasanità del regime. La commutazione della pena "é un passo avanti, ma non la fine del tormento", ha detto a Washington David Welch, del Dipartimento di Stato americano, e anche secondo la Commissione europea la decisione libica è "un primo sollievo", ma l'obiettivo finale resta il rimpatrio "il più presto possibile" delle infermiere e del medico.
Comprensibile l'ansia e l'irritazione dei familiari: Zdravko Georgiev, marito di Khristiana Valtcheva, ha detto alla televisione bulgara che la scelta era ormai tra "cattiva o pessima notizia... La pessima sarebbe stata la conferma della condanna a morte. Credo che ci stiamo avviando alla fine della storia, ma quando sarà tutto superato non lo so". "Quanto tempo ci vorrà per farle tornare in patria? Fino a che sarà lasciato libero Megrahi?" (il principale condannato in Gran Bretagna per l'attentato di Lockerbie - Ndr): si è chiesta Gergana Uzunova, figlia di Nasia Nenova, aggiungendo che le infermiere "sono state imbrogliate e costrette a firmare un documento che le priva di ogni possibilità di rivalersi in futuro contro la Libia". "Le famiglie dei bambini hanno preso i soldi e cosa abbiamo avuto noi in cambio? L'ergastolo? E chissà quanto tempo ci vorrà per farle rientrare in Bulgaria", ha incalzato.

 

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