La politica

Rosy Bindi

Partito Democratico. Rosy Bindi illustra la sua candidatura: sono del popolo

di Giovanni Innamorati

20-07-2007

ROMA. "Le donne italiane devono assumere la leadership delle risposte alla crisi della democrazia".
La frase, campeggia nel programma con cui Rosy Bindi si candida alla segreteria del Pd. Rosy-Segolene ha di nuovo definito un "errore" il ticket Veltroni-Franceschini. E se dovesse uscire sconfitta ha chiesto al ticket che non ci siano vendette contro quei sindaci l'hanno sostenuta.
Bindi ha spiegato in cosa si differenzia la sua piattaforma da quella di Veltroni-Franceschini: "Innanzitutto - ha detto - io non mi candido con un programma di governo, perché un governo c'é già e ha il programma, ma mi candido con un programma per il partito. Poi io sono una donna e lui un uomo, e questo è il momento delle donne".
Si, perché non può bastare alle donne aver la garanzia del 50% delle candidature per la Costituente del Pd. Ora "devono assumere la leadership" dei cambiamenti e anche in Italia "dobbiamo fare come la Royal in Francia e la Merkel din Germania".
Bindi quindi non parla della Tav o della riforma delle pensioni come ha fatto Veltroni a Torino, parla del partito a cui pensa. Un partito dove ci sia "partecipazione vera e democrazia interna", e non "un partito del leader". Una realtà politica che sia "la casa e la scuola di una nuova laicità", dove "i giovani, le donne e tutti i cittadini partecipino per ridare dignità e autorevolezza alla politica". Perché "non è con l'antipolitica che si curano le ferite e le disuguaglianze del nostro Paese".
Bindi ribadisce la sua critica alla scelta del ticket Veltroni-Franceschini. "Veltroni - spiega il ministro della Famiglia - ha tutte le carte in regola per rappresentare tutte le componenti del futuro partito. E anche io se diventerò segretaria del Pd, pur venendo da una storia e una cultura diversa da quella di Veltroni dovrò sentire la responsabilità di interpretare tutti, senza bisogno di una persona accanto a me di un'altra cultura".
Ma la critica di fondo è che il ticket sia soprattutto un patto tra "gli apparati dei partiti". Bindi dice di non preoccuparsi di questo, perché lei punta "alla gente normale e non a quelli famosi". E infatti i primi tre a firmare per la sua candidatura sono uno studente, una casalinga e un operaio.
Certo, qualche supporter famoso già ce l'ha: Arturo Parisi e gli ulivisti a lui vicini (lo ha ribadito Antonio La Forgia intervenendo dopo Bindi), e poi intellettuali come Liliana Cavani, Gad Lerner e Gian Candido De Martin, esponenti dell'associazionismo ulivista come Giovanni Bachelet, nonché assessori e consiglieri regionali. A loro si rivolge Bindi per raccogliere le firme e trovare gli oltre 2 mila candidati per le liste in tutto i 475 collegi elettorali. E chiede a Ds e Dl di poter usare le loro sedi per raccogliere le firme a sostegno.
Quanto al suo comitato elettorale non ha i soldi per affittare una sede: lo ospiti la sede dell'Ulivo: "Basta una stanza, un telefono e un tavolo".
Poi l'appello finale al probabile vincitore, Walter Veltroni, lascia intendere che il 14 non sarà una competizione incruenta. "Chiedo un patto d'onore - spiega - chiunque vinca, non ci devono essere conseguenze sulle istituzioni, sulle giunte comunali, sui sindaci che hanno sostenuto il perdente".
Intanto, la Bindi riceve il primo dispiacere. Oscar Luigi Scalfaro, l'uomo che dice di ammirare maggiormente, presiederà il comitato romano pro-Veltroni.
Sembra poi imminente l'ufficializzazione della candidatura di Enrico Letta. Ieri il sottosegretario ha incontrato quattro governatori (Renato Soru della Sardegna, Vito De Filippo della Basilicata, Gian Mario Spacca delle Marche e Lorenzo Dellai della provincia autonoma di Trento) che si sono detti pronti a sostenerlo. E se qualcuno sale sul bus del Pd, altri scendono. Come Angelo Rovati, braccio destro di Prodi e membro del Comitato dei 45. Firmando il referendum elettorale si è detto "deluso" dalla piega che sta prendendo il Pd.

 

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