Visti da New York

Guerriglieri di Hamas

Roma e la paura di Hamas

di Stefano Vaccara

21-07-2007

I colpi di coda del governo Prodi si riflettono sullo scenario internazionale e sulla politica mediorientale italiana.

Mentre il governo Prodi, come una balena incagliata, tira una boccata d'ossigeno con l'accordo sulle pensioni, ecco che i colpi di coda si fanno sentire anche in scenari internazionali dove certi interessi sono più esposti. Come se certe posizioni in politica estera siano lì a proteggere quel governo sempre più in balia della sua fragilità.

Roma è ora impegnata a voler affermare una nuova linea in Medio Oriente, la regione bollente dove ha più soldati in missione di pace. Lo fa apertamente e apparentemente "confortata" da altri paesi europei. Ha fatto molto notizia questa settimana, la dichiarazione del ministro degli Esteri Massimo D'Alema (che seguiva di pochi giorni quella del Segretario del suo partito Piero Fassino) affermante che per sbloccare la trattativa di pace tra Israele e i Palestinesi, non si possa più escludere Hamas, dato che è lì perché la maggior parte del popolo palestinese ha voluto così...

Circa quattro mesi fa, questa volta nello scenario mediorientale dell'Afghanistan - dove anche lì soldati italiani sono impegnati - sempre Fassino aveva affermato che anche ai talebani dovesse essere fatto posto al tavolo di un negoziato di pace, dato l'appoggio di certe frange della popolazione e perché la pace si fa "con il nemico..." (il ministro D'Alema, in missione a New York, annuì soddisfatto).

Certo, la pace si fa col nemico. Ma ci sono nemici contro i quali non si vuol perdere una guerra e quelli con cui si combatte per non essere sterminati. Col nemico che non vuole vincere ma annientarti, ci può essere la pace? Tra nemici che riconoscono l'esistenza dell'altro si può arrivare alla trattativa e alla conclusione di una pace possibile. Ma quando si combatte per annientare il nemico, si può al massimo ottenere una tregua, non la pace. Ad Israele e, finalmente, ad una buona parte del popolo palestinese, interessa la pace, non l'ennesima tregua.

Quindi riconoscere Hamas e includerla nelle trattative tra il governo israeliano e il governo palestinese riconosciuto dal presidente Abu Mazen, solo perché Hamas è l'organizzazione che comanda su tutta Gaza - potere assoluto non ottenuto col voto ma dopo aver sgozzato per strada i militanti fedeli ad Al Fatah - senza pretendere che quest'ultima rinunci prima all'annientamento dello Stato di Israele, equivale a cercare l'ennesima tregua, non la pace.

L'amministrazione Bush, proprio lo stesso giorno che il ministro degli Esteri D'Alema esternava pro-Hamas, ha finalmente accelerato la sua strategia per far ripartire il processo di pace. Condizione sine-qua-non, riconoscimento di Israele in cambio di uno Stato che si doti (prima e non dopo) di istituzioni democratiche sufficenti ad evitare un governo così corrotto. Sarebbe infatti accertato che la maggior parte dei palestinesi che votò Hamas voltando le spalle ad Al Fath non abbia deciso per "fondamentalismo religioso" ma per la disperazione contro un governo corrotto e inefficente.

Giovedì scorso, a Lisbona, Condoleezza Rice per gli Stati Uniti, Javier Solana per l'Europa, Sergei Lavrov per la Russia e Ban Ki-Moon per le Nazioni Unite, hanno conferito all'ex premier inglese Tony Blair il mandato per condurre a nome del "Quartetto" la sua missione mediorientale con istruzioni precise: a trattare per i palestinesi è il presidente dell'Anp Abu Mazen e il suo primo ministro Salam Fayyad. Blair non è autorizzato ad alcuna trattativa con Hamas "perchè si mantiene ai margini delle norme internazionali per quanto riguarda la rinuncia alla violenza e perchè si ostina a ignorare il diritto a esistere di Israele".

Ora D'Alema (e sembrerebbe coperto da Prodi) vorrebbe che Hamas e Israele, sospesa ogni violenza da ambo le parti, cominciassero a trattare per poi finalmente arrivare al riconoscimento reciproco e quindi alla pace... Ma una trattativa che porti alla pace può partire dopo il riconoscimento e non viceversa. Il riconoscimento di Israele da parte dell'Egitto non avvenne alla fine del lungo negoziato che portò a Camp David, ma all'inizio - quando il coraggioso Sadat andò da Begin a Gerlusalemme! Hamas resta una organizzazione che usa l'arma del terrorismo, quindi bisogna semmai isolarla di più per fargli perdere il potere a Gaza, non certo incoraggiarla adesso con un riconoscimento.

Ma perché Prodi e D'Alema insistono adesso, quando il Quartetto si sforza di isolare Hamas? Sospettiamo che la debolezza del governo, il suo timore che un attacco in Libano (Hezbollah è rimasto tranquillo... grazie anche alle missioni di D'Alema a Damasco?) possa arrivare non solo dalle fazioni sciite ma anche da altre ben presenti - ecco la paura di Hamas che si allea con Al Qaeda.- influenzi Roma. Ma il tentativo di salvare per qualche mese un governo italiano già così instabile non vale il sacrificio di porre ostacoli sulla strada percorribile per la pace.

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