Analisi e commenti

Romano Prodi

Pensioni/Gli entusiasmi di Prodi e gli appuntamenti di settembre

di Ottorino Gurgo

22-07-2007

Non vorremmo recitare il ruolo dei guastafeste gettando secchi d'acqua ghiacciata sugli entusiasmi di Romano Prodi, ma l'entusiasmo con il quale il nostro presidente del Consiglio ha parlato di "svolta storica" a proposito della riforma pensionistica approvata all'alba dello scorso venerdì dal Consiglio dei ministri ci sembra assai poco giustificabile.

In realtà quello raggiunto non è che un compromesso inevitabilmente destinato ad essere rimesso in discussione in quello che per il governo s'annuncia come un pesantissimo "autunno caldo".

Frutto di un'intesa con i sindacati che la Confederazione di maggior peso (la Cgil), ha accettato di malavoglia (e con la riserva di sottoporla all'approvazione dei suoi iscritti) soltanto per evitare di venir considerata responsabile della caduta del governo, l'annunciata riforma è destinata ad esser oggetto di pesantissime contestazioni al momento in cui verrà sottoposta all'esame del Parlamento. E non solo e non tanto, com'è scontato, da parte dell'opposizione, quanto all'interno della stessa maggioranza dove da un lato "la Rosa nel pugno" di Emma Bonino e di Enrico Borselli, dall'altro la cosiddetta sinistra radicale, già avanzano richieste di sostanziali modifiche senza le quali la loro approvazione dev'essere considerata tutt'altro che scontata.

E davvero è lecito chiedersi dove e come il governo potrebbe trovare, in particolare in Senato, i voti per approvare la riforma considerato che gli "ultradissidenti" Turigliatto e Giannini hanno già fatto sapere che mai e poi mai uniranno i loro voti a quelli dei sostenitori di Prodi.

A ben vedere, dunque, il prossimo autunno rischia davvero di essere per la coalizione di centro-sinistra, una sorta di "stagione della verità" e se si considerano gli appuntamenti previsti - dal referendum tra i lavoratori sul nuovo sistema previdenziale alla consultazione che dovrebbe aver luogo tra i militanti di Rifondazione comunista per decidere se rimanere o meno nel governo alle "primarie" che dovrebbero ufficialmente designare il leader del Partito democratico - non è difficile rimaner perplessi dinanzi alle trionfalistiche dichiarazioni del presidente del Consiglio.

Siamo ben consapevoli che è ingeneroso individuare nel solo Prodi il responsabile dell'insostenibilità della situazione della quale egli non è che la prima vittima. Il fatto è che quello della riforma pensionistica è, per sua natura, un nodo intricato quanto altri mai, inevitabilmente destinato a trasformarsi in un irrisolvibile rompicapo per una coalizione composita e disomogenea qual è quella di centro sinistra.

È più che legittimo, dunque, il dubbio che l'intesa raggiunta con i sindacati e successivamente, peraltro non con voto unanime, ratificata in Consiglio dei ministri, sia stata soltanto un modo per rinviare il problema.

Del resto, seppure in virtù di un vero e proprio miracolo, nel prossimo autunno, il centro sinistra dovesse riuscire a ritrovare un'imprevedibile compattezza e la riforma dovesse essere approvata, saremmo pur sempre in presenza di un rinvio rispetto all'esigenza di rispettare i parametri che la nostra partecipazione all'UE dovrebbe comportare. Perché la riforma approvata non risponde comunque a quei criteri di adeguamento alla legislazione previdenziale degli altri paesi europei che dovremmo farci carico di realizzare.

In quasi tutta Europa si va in pensione a sessantacinque anni; la nuova legislazione tedesca porta addirittura a sessantasette anni, a partire dal 2030, l'età pensionabile. Da noi, per quell'"anomalia italiana" che continua a marcare una inaccettabile "diversità" rispetto ai partner europei, siamo ancora a scontri epocali sulla possibilità di portare a 58 anni, l'anzianità per ottenere il trattamento di quiescenza.

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