Dal Mondo

Zahir Shah

Kabul. Zahir Shah è morto, l'ultimo re della pace

23-07-2007

IL CAIRO. Dopo una lunga malattia, è morto all'alba di ieri nel suo letto a Kabul, a 92 anni, Zahir Shah, il re deposto dell'Afghanistan, i cui quarant'anni di regno resteranno memoria o sogno dell'ultimo periodo di pace del Paese dell'Asia centrale.

"Padre della patria", non gli venne concesso altro che un titolo onorifico, quando nel giugno del 2002, due mesi dopo il suo ritorno a Kabul dopo trent'anni di esilio passati in Italia sostanzialmente a dedicarsi alla pittura persiana e alla fotografia, si decise il futuro dell'Afghanistan post-Taleban.

Un anno, quel 2002, che avrebbe dovuto segnare un suo rientro in politica, tardivo, ma necessario, pensavano in molti. Invece, siglò di fatto la definitiva uscita di scena del sovrano. E fu offuscato dalla morte, a Roma, di Homaria, sua moglie da quando ambedue avevano 16 anni e dalla quale ebbe sette figli, sei dei quali ancora vivi. Avrebbe voluto diventare presidente, aveva detto poco prima di lasciare la sua villa all'Olgiata, a Roma, nell'aprile 2002. Un capo dello Stato sopra le parti, le tribù, le etnie, che avrebbe dato un senso di unità a un Paese diviso da risentimenti e odi, politici e culturali. "Non si è mai candidato", disse in quel giugno l'allora ambasciatore americano a Kabul, Zalmay Khalilzad - poi in Iraq e ora alle Nazioni Unite. E nella villetta con ancora l'odore di vernice fresca appena finita di costruire per lui, il re, seduto sotto il patio, accanto al presidente designato Hamid Karzai, aveva ascoltato la lettura della "sua" lettera con cui rinunciava a "qualsiasi ruolo politico".

Gli americani avevano deciso tutto e imposto il loro protetto, denunciarono gli afghani, che bloccarono i lavori della Loya Jirga, il consiglio dei delegati designato a scegliere il primo presidente post-Taleban. Ma poi dovettero cedere. Gli analisti in Afghanistan dicono che se Zahir Shah fosse stato capo dello Stato forse la situazione non sarebbe degradata al punto in cui è ora, proprio per quel simbolo di "nazione" che la sua figura rappresentava.

Ormai, è impossibile dirlo. Mentre il suo Paese cadeva di nuovo preda di violenze, Zahir Shah si ritirò praticamente a vita privata nei suoi appartamenti, nel palazzo reale restaurato, dai quali usciva solo per andarsi a curare all'estero. Negli ultimi cinque anni, sempre più vecchio e malato, ha ricevuto l'omaggio di alcuni dignitari, che per cortesia non volevano dimenticarsi di lui. Non era mai stato un sovrano particolarmente attivo.

Salito al trono a 18 anni, amante dei libri, innamorato degli studi in Francia, lasciò agli zii la gestione del Paese, ma ebbe il merito di instaurare una monarchia costituzionale, di mantenere neutrale l'Afghanistan durante la Seconda guerra mondiale, di sapersi muovere nel Grande gioco delle superpotenze in Asia centrale.

Fece timide riforme democratiche in una società fortemente conservatrice - diede il voto alle donne e impose la scuola dell'obbligo - ma governò personalmente solo gli ultimi dieci anni prima del colpo di Stato che lo colse mentre era a Capri, nell'estate del 1973.

Abdicò, per non spargere sangue. Rimase in esilio, mentre il cugino Mohammad Daud Khan prendeva il potere, poneva fine a 300 anni di dinastia dei Durrani, e involontariamente apriva le porte del Paese all'invasione sovietica del 1978 e ai trent'anni di guerra e miseria ininterrotta, che hanno fatto 2 milioni di morti e 5,5 milioni di profughi. Eppure, malgrado la sua assenza politica, malgrado non sia tornato in Afghanistan al momento del ritiro dell'Armata rossa nel 1989, come molti auspicavano, Zahir Shah sarà ricordato positivamente, per quell'unico periodo di pace, che quasi due generazioni di afghani non hanno mai conosciuto.

Quando l'Afghanistan, poverissimo quanto oggi, era però un Paese libero da contrasti religiosi o etnici. Il governo afghano, onorando la memoria di un uomo che rappresentava l'unità della nazione, ha proclamato tre giorni di lutto. Il corpo del sovrano sarà esposto per gli omaggi in una moschea e poi sepolto, accanto al padre e alla moglie, in un mausoleo che domina Kabul.

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