Dal Mondo

Il premier turco, Tayyip Erdogan

Erdogan rassicura l'occidente. La conferma dell'Akp soddisfa gli ambienti politici e finanziari

di Lucio Leante

23-07-2007

ANKARA. Euforia alla Borsa di Istanbul e soddisfazione praticamente universale negli ambienti politici e finanziari internazionali. Sono queste le reazioni "a 360 gradi" all'indomani della netta vittoria di domenica del partito di radici islamiche Akp del premier Tayyip Erdogan, che ieri, dopo che domenica aveva già giurato fedeltà alla laicità, ha ulteriormente rassicurato tutti dichiarando che il suo governo "proseguirà nel cammino delle riforme sulla via dell'Unione europea" e che "il nuovo presidente sarà eletto dal Parlamento col metodo della concertazione"; lasciando quindi intendere di essersi già diposto a sacrificare, per la pace sociale, il suo amico-candidato Abdullah Gul.

Il nuovo record di Borsa mostra che gli ambienti finanziari turchi ed internazionali hanno tifato e tifano per Erdogan. La stessa Confindustria turca (Tusiad) ha riconosciuto "i grandi successi economici" del governo Erdogan negli ultimi anni, ma gli ha raccomandato la concertazione per il nuovo presidente, come ha fatto pure la stampa turca. Erdogan sta rispondendo cioé positivamente alle attese di tutti e cioé gli è valso ieri le congratulazioni ed il plauso di vari leader mondiali ed europei, tra cui quelli dell'Ue - tra questi Sarkozy, la Merkel e il premier italiano Prodi, che gli ha telefonato personalmente, e del ministro degli Esteri Massimo D'Alema; quelle di Atene, di Israele e di vari altri paesi. Vi è anche stata una dichiarazione di plauso da parte del Vaticano: "sono islamici, ma moderati e rispettano le altre religioni", ha commentato il portavoce della conferenza episcopale turca, mons. Georges Marovitch. Si è felicitata anche la Casa Bianca americana. Persino gli arcigni militari turchi, mantenutisi nella campagna elettorale rigorosamente neutrali e silenti, vengono descritti come "soddisfatti" della situazione emersa domenica alle elezioni.

La soddisfazione universale richiede spiegazioni articolate. Gli uomini d'affari turchi vogliono tre cose: stabilità politico-economica, stabilità istituzionale e adesione all'Ue. La vittoria di domenica dell'Akp gliele garantisce tutte perché con i suoi 340 seggi in Parlamento Erdogan potrà formare un governo monocolore, ma non potrà eleggere da solo un presidente islamico, né cambiare la costituzione, come l'Akp voleva fare in aprile, sostenendo Gul, la qual cosa generò la crisi culminata nel comunicato in Internet dei militari turchi che lo accusarono di "mettere in pericolo la laicità". I circoli politici e finanziari europei vogliono soprattutto, oltre alla stabilità in Turchia, la continuazione del negoziato di adesione della Turchia all'Ue, (cominciato nel 2005, ed oggi semibloccato per via del rifiuto di Ankara di aprirsi alle merci greco-cipriote) anche se esso prenderà un tempo più lungo dei 7-10 anni previsti; e, forse, un tempo indefinito, dati gli attuali orientamenti di Parigi e Berlino e di altri paesi Ue, che propongono ad Ankara un "partenariato speciale" invece dell'adesione a pieno titolo, come ha confermato oggi Parigi, mentre il presidente della Commissione dell'Ue, José Barroso, che domenica aveva dichiarato ad un giornale greco che "la Turchia non è pronta per entrare nell'Ue", ha auspicato la continuazione delle riforme turche. L'Ue è molto rassicurata poi dall'"equilibrio" uscito dalle elezioni tra i maggiori poteri turchi (Akp e militari, ndr), come hanno affermato all'unisono il Commissario Ue, Franco Frattini ed il ministro degli Esteri inglese David Miliband.  Gli americani, d'altra parte, vedono nella vittoria del partito filoislamico anche una conferma della credibilità del loro "modello" di "islam moderato" da diffondere in tutto il "Grande Medio Oriente", ivi compresa la Turchia.

Viceversa, un governo di coalizione tra il Partito Repubblicano (Chp, laico e patriottico di sinistra) ed il nazionalista Mhp non sarebbe piaciuto quasi a nessuno, perché rischiava di portare la Turchia verso una fase di quasi-isolazionismo. Lo lasciavano presagire le critiche di quei due partiti laici verso le aperture del governo Erdogan agli investimenti esteri e le accuse di avere "svenduto la patria agli stranieri" con le sue massicce privatizzazioni.

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