Dal Mondo

Shinzo Abe

Giappone. Domani le elezioni per rinnovare metà del Senato

di Pier Luigi Zanatta Zanatta

28-07-2007

TOKYO. Il Giappone va domani alle urne per rinnovare metà del Senato con un voto che appare sempre più come un referendum sulle decisioni dei maggiorenti conservatori che lo scorso anno scelsero il giovane Shinzo Abe come artefice di una svolta senza precedenti nel dopoguerra. Forte della maggioranza parlamentare conquistata dal predecessore, il popolarissimo Junichiro Koizumi, resosi però inviso a molti uomini dell'apparato liberaldemocratico, Abe si era proposto un ambiziosissimo programma di rilancio nazionalistico, imperniato su una revisione delle clausole pacifiste della Costituzione.

Tale riforma, mai tentata in precedenza da nessun altro premier conservatore, per quanto vasta fosse la sua base di consensi, prevede un lungo e complesso iter istituzionale, con l'organizzazione del primo referendum della storia nipponica. Per ironia della sorte, invece, è proprio il primo confronto del premier con il grande elettorato ad avere assunto il carattere preponderante di un referendum sul governo. Per giunta la serie di scandali, gaffe e polemiche che hanno finito per assediare Abe, insediatosi con un votazione di partito appena una decina di mesi fa, ha trasformato le valutazioni sul suo operato in un giudizio sulla sua personalità e sul suo effettivo carisma, messo da alcuni in dubbio fin dall'inizio del mandato come primo capo del governo nato nel dopoguerra.

Nelle circostanze attuali il premier appare particolarmente sfavorito dal sistema politico nipponico, che attribuisce al Senato meno potere della Camera dei deputati, ma ne fa un cardine della continuità legislativa: il 'ramo alto' del parlamento non ha voce sulle questioni di fiducia e bilancio, ma non può essere sciolto e viene rinnovato per metà ogni tre anni (il mandato dei senatori è di sei anni rispetto ai quattro dei deputati). Ne consegue che l'elettorato giapponese, notoriamente tradizionalista, può votare alle senatoriali senza tema di sconvolgimenti radicali che è stato sempre riluttante ad avallare.

Nel caso specifico di domani anche un grosso tonfo dei liberaldemocratici, egemoni della vita politica del paese per gran parte del dopoguerra, non implicherebbe una loro estromissione dal governo e nemmeno una rinuncia di Abe: rappresenterebbe però una sorta di 'lezione' che costringerebbe i notabili del partito a rettificare il tiro su molti piani, ponendo il premier sotto stretta tutela. Nel contempo anche una netta affermazione non consentirebbe all'opposizione guidata dal Partito democratico (Mst) di cantare davvero vittoria e di ottenere un immediato scioglimento della Camera dei deputati per reclamare il potere tramite nuove elezioni. Per uno scenario del genere ai liberaldemocratici del Jmt dovrebbero andare meno di una trentina di seggi rispetto ai 52 che finora hanno garantito loro la maggioranza anche al Senato. A parere di gran parte degli osservatori, il risultato più probabile è che il Jmt perda la maggioranza ma ottenga fra i 50 e i 40 seggi, un risultato che consentirebbe al premier di restare in sella ma lo obbligherebbe a ridimensionare nettamente le sue ambizioni. Dinanzi a un risultato peggiore, fra i 40 e i 30 seggi, Abe sarebbe presumibilmente costretto a lasciare il timone in tempi brevi e si scatenerebbe un'aperta contesa per la successione, di cui è difficile prevedere l'esito: data la mancanza di figure predominanti, tuttavia, la soluzione più probabile sarebbe la nomina di un governo di transizione da affidare a un leader anziano ed esperto come il moderato Yasuo Fukuda.

Nelle elezioni di domani, comunque, la posta in palio rimane quanto mai importante, specie nella prospettiva delle impostazioni politico-ideologiche a lungo termine. A testimoniarlo è stata una netta impennata della tensione preelettorale nelle ultime ore e un sensibile ampliamento del divario nei risultati dei sondaggi condotti da organizzazioni di diversa tendenza politica.

 

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