Dall'Italia

In Italia, nel gioco delle parti ci rimette l’automobilista. Il perché del caro benzina

Neri Paoloni

19-08-2007

Con il prezzo del petrolio giù, trascinato in basso anche dalla crisi dei mutui americani, il prezzo della benzina, come in Italia sanno bene tutti coloro che in queste ore vanno o tornano dalle ferie è rimasto sostanzialmente fermo. Giusto qualche spuntatina al ribasso intorno a ferragosto, nel pieno della disputa tra petrolieri e Governo culminata in un faccia a faccia che di fatto ha rinviato ogni possibile intervento a settembre. Ma ben lontano dall’8% in meno che secondo dati diffusi ieri è stato registrato ad agosto sui mercati internazionali del greggio. E come al solito si tornerà a cercare colpe e responsabilità su una delle tasse più odiate dai consumatori, nel tradizionale gioco delle parti. Con il Governo che dice ai petrolieri “abbassate i prezzi” e i petrolieri che rispondono: “fatelo voi”. Il problema in Italia non sta nel fatto che la benzina costa alla pompa tanto di più rispetto agli altri Paesi europei. Il Regno Unito, Paese che pure ha il petrolio del Mare del Nord, ha un prezzo di vendita della benzina, tasse comprese, di 142 centesimi al litro, mentre quello italiano è di 135. È il prezzo industriale in centesimi di un litro di benzina che in Italia è il più alto d’Europa, 56 euro (senza tasse) rispetto ai 51 del Regno Unito, ai 47 di Francia e Germania, ai 52 della Grecia. La benzina costa troppo “prima” della sua tassazione (in Italia il 60% in Gran Bretagna il 65, in Germania il 66). Il governo sembra quindi avere buon gioco nel dare la colpa ai petrolieri, a sottolineare l’arretratezza del sistema distributivo italiano, a cercare una maggiore liberalizzazione attraverso le catene della grande distribuzione (i supermercati, per intenderci). Dove però incontra resistenze anche da parte delle Regioni, alle quali compete la concessione delle licenze. I petrolieri però contestano, rispondono che invece la colpa è della tassazione, delle accise che ci trasciniamo dietro dalla guerra d’Abissinia, e che il governo farebbe bene a sterilizzare l’Iva, insomma a tagliare prima lui. Una guerra tra sordi che tra l’altro lascia intendere che nessuno ha realmente interesse ad abbassare i prezzi. Ai profitti non rinunciano i petrolieri, ma il governo non è da meno, visto che a sua volta alle tasse non rinuncia. Non può, l’Europa non vuole, il dibattito sulle accise è fuorviante, non avrebbe grandi riflessi sui consumatori, comunque c’è un ddl in Parlamento, la sterilizzazione dell’Iva per decreto pensato da Visco è solo un’ipotesi per “arginare possibili fiammate del mercato”. Sorge il sospetto che, nel gioco delle parti, se ai petrolieri dei consumatori gliene importa meno che niente, dato che della parola concorrenza non sanno che farsene, allo Stato rinunciare ad un gettito sicuro e “contabile” in anticipo sulla base delle previsioni di consumo, gli vada ancor meno. Del resto non è un problema solo italiano. Qualche anno fa in Gran Bretagna si sviluppò un dibattito analogo. Fu l’allora cancelliere dello Sacchiere, Gordon Brown, oggi primo ministro, a dire no: le tasse non si tagliano. Così, come gli sprovveduti automobilisti italiani, che - pigri - non si sprecano neppure a fare una manciata di chilometri in più per cercare il distributore che vende a meno, anche gli inglesi pagano caro il loro maledetto vizio di viaggiare in macchina. Soprattutto durante le ferie. Come i francesi, i tedeschi eccetera. Però noi italiani “viaggiamo coccolati”, come dice una pubblicità. Vuoi mettere? E con i regalini, che non servono a niente ma ci consolano e fanno contenti i pupi.

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