Dall'Italia

Pino Lipari

Mafia. Torna in cella il "consigliere" di Provenzano

20-09-2007

PALERMO. Era stato scarcerato due giorni dopo l'arresto del suo padrino, Bernardo Provenzano, e appena tornato in libertà Giuseppe Lipari, indicato come il consigliere del capo di Cosa Nostra, ha subito cercato il modo di far avere al vecchio boss corleonese una fetta di liquidità dell'immenso patrimonio che ha accumulato, intestato a prestanome.

Ieri mattina, Lipari è finito nuovamente in cella; gli agenti della Squadra mobile di Palermo hanno eseguito un ordine di custodia cautelare nei suoi confronti emesso dal gip Antonella Consiglio, su richiesta del procuratore aggiunto, Giuseppe Pignatone e dei pm Marzia Sabella e Michele Prestipino.

Giuseppe Lipari, 72 anni, geometra in pensione, è stato uno dei più fedeli consigliori di Totò Riina, prima, e di Bernardo Provenzano poi. Cinque anni fa la polizia gli sequestrò beni per un valore complessivo di decine di milioni di euro: una parte del "tesoro" di Provenzano.

Secondo gli investigatori, il geometra sarebbe stato un "consulente" al servizio dei corleonesi, occupandosi di pilotare gli appalti pubblici in modo da affidarli a imprese vicine ai boss. Non solo: dalle inchieste emerge che Lipari, già condannato per associazione mafiosa, avrebbe fatto da cerniera fra alcuni politici e Provenzano. Legata a questa inchiesta è la perquisizione effettuata ieri mattina nella cella in cui è rinchiuso Provenzano nel carcere di Novara.

I pm hanno firmato un decreto di acquisizione di documenti e così gli agenti di polizia penitenziaria hanno portato via tutte le lettere, gli appunti e i documenti del boss.

Gli inquirenti sono alla ricerca di un probabile collegamento fra l'affare economico che stava portando a termine Lipari e qualche "pizzino" che potrebbe trovarsi nella cella del boss.

Ben inserito nei salotti di Palermo, alla fine del 2002, dopo essere stato arrestato perché coinvolto nella rete dei fiancheggiatori di Provenzano, il geometra dichiarò di volersi pentire, ma i magistrati scoprirono subito che si trattava di uno dei tanti tentativi di depistaggio progettati da Cosa Nostra.

L'inchiesta della procura, diretta all'epoca da Piero Grasso, portò all'arresto non solo di Giuseppe Lipari ma anche di buona parte del suo nucleo familiare: i figli, Arturo e Cinzia Lipari (avvocato), entrambi condannati e il marito di quest'ultima, Giuseppe Lampiasi, anche lui condannato. Secondo l'accusa, la famiglia Lipari, tramite la rete di fedelissimi "postini", avrebbe amministrato i beni dei corleonesi.

L'arresto di ieri, è collegato al tentativo di Lipari di vendere un grande appezzamento di terreno nelle campagne di Carini (Palermo), per un valore di tre milioni di euro, il cui vero proprietario sarebbe proprio Provenzano. Il terreno, intestato ad alcuni prestanome, è stato sequestrato dagli agenti della Squadra mobile di Palermo su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Tra i soci intestatari della proprietà figura anche Maria Concetta Caldara, 52 anni, avvocato, che risulta indagata. La professionista è uno dei cinque esperti della Presidenza della Regione siciliana ed è stata è stata consulente legislativa del ministro degli Affari regionali, Enrico La Loggia. L'indagata è stata interrogata nei mesi scorsi, respingendo ogni accusa.

Maria Concetta Caldara è figlia di Vincenzo, deceduto molti anni fa, che il collaboratore di giustizia Angelo Siino ha indicato come prestanome del boss Gaetano Badalamenti. Dopo la morte di Vincenzo Caldara, la figlia ha ereditato i beni del padre, gran parte dei quali erano in società con Lipari. L'indagata spiega di aver ereditato i beni dal padre dopo la sua morte e aggiunge: "La mia iscrizione nel registro indagati, che ha avuto un carattere esclusivamente tecnico, a garanzia della mia posizione processuale, è scaturita dalla necessità per il pm di interrogarmi in ordine alle vicende connesse con il terreno ed è quindi stato un tipico "atto dovuto" ".

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