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Sexgate. Dieci anni fa scoppiava il caso Clinton-Lewinsky

di Francesco Gerace

14-01-2008

ROMA. Gli elettori di Michigan, Nevada e South Carolina stanno per andare alle urne nelle primarie delle elezioni presidenziali americane 2008 esattamente nei giorni in cui dieci anni fa scoppiava lo scandalo Bill Clinton-Monica Lewinsky.
Era la metà del gennaio 1998 quando la relazione sessuale del presidente in carica Bill Clinton con la stagista della casa Bianca Monica Lewinsky, divenne pubblica. L'interessato sulle prime smentì, offeso. Negò anche sotto giuramento. Poi, davanti a prove inoppugnabili e alle testimonianze della stessa ragazza, la storia venne fuori anche nei particolari più scabrosi. Era tutto vero.
Col caso Lewinsky, sotto la spinta anche del partito repubblicano, Clinton rischiò di perdere Casa Bianca, famiglia e onore. Grazie soprattutto alla moglie Hillary, ora dieci anni più tardi in corsa per la Casa Bianca, salvò le prime due. Il terzo rimase macchiato, ma non tanto da impedirgli di continuare a guidare l'America: aveva detto una bugia, certo, ma la cosa non riguardava fatti di Stato, bensì cose private.
Il Sexgate tenne banco per otto mesi, trasformandosi da scandalo sessuale in un processo al presidente accusato di spergiuro e ostruzione alla giustizia. Il procuratore speciale Kenneth Starr non risparmiò nulla a Clinton e le provò tutte per incriminarlo e farlo dimettere.
La polemica accese i riflettori anche su Hillary, moglie tradita, first lady offesa, donna in carriera azzoppata da uno scandalo di dimensioni mondiali, grande avvocatessa abbindolata dal marito, malato di sesso e capace di nasconderle quella e chissà quante altre scappatelle. Hillary deluse chi si aspettava che desse il benservito a Bill. Che lo rimproverasse in pubblico. Che si sfogasse sui giornali o alla tv. Che ne prendesse le distanze, sdegnata. Hillary difese il marito all'inizio, quando lo scandalo montava (‘siamo gente normale che ha avuto successo, c'é chi ha invidia ...'). Tirò fuori gli artigli contro i repubblicani (‘é solo una manovra politica...'), quando il sesso con Monica le apparve solo un pretesto per porre fine alla carriera del marito.
Rimase impassibile, con dignità, e silenzio, senza mai abbandonare Bill, quando fu chiaro al mondo che che la relazione sessuale con la giovane stagista non era un'invenzione dei repubblicani, ma c'era stata, eccome.
Hillary si mostrò forte, disse che amava il marito e la sua famiglia, ammise che nel suo matrimonio c'erano stati momenti difficili. Poteva vendicarsi e mandare all'aria tutto; poteva rinviare il divorzio a fine mandato. Non lo fece mai. Per Hillary in quei giorni l'amore per il marito e la sua famiglia apparvero più importanti d'ogni altra cosa. Se lo fece per calcolo o per amore, non è dato sapere. Ma lo fece. E, forse senza rendersene conto, lei, interprete dell'America liberal, fece della sua scelta un messaggio a favore dell'amore familiare e al perdono.
La parte privata del sexgate si chiuse il 17 agosto di quel 1998: il presidente e marito fedifrago, con la faccia contrita delle grandi occasioni, certo di aver tradito la moglie, ma pure di non aver mancato ai suoi doveri verso l'America, chiese dalla tv scusa al Paese, a Hillary e alla figlia.
Furono i 4 minuti più lunghi della vita di Clinton (che dal sexgate uscì assolto in Senato 6 mesi dopo) indubbiamente grato alla donna che con un gesto o una parola avrebbe potuto finirlo come marito e presidente, e che invece lo salvò. Dieci anni dopo quei giorni, Bill Clinton sta partecipando con tutte le sue forze alla campagna presidenziale della moglie. C'é da chiedersi se anche gli elettori lo ricorderanno e quali conseguenze ne trarranno.