Libano. Gli scontri fuori da Beirut coinvolgono i drusi
BEIRUT. Presidiata in forze dall'esercito, Beirut ha vissuto ieri una giornata di calma almeno apparente, ma ad una trentina di km a Nord-Est della capitale sono divampati nel pomeriggio violenti scontri tra militanti drusi e sciiti del movimento Hezbollah e anche tra gruppi di drusi rivali, mentre nel Nord, a Tripoli, attivisti filo-governativi e miliziani sciiti si sono dati battaglia fino all'alba.
La minacciosa presenza dell'esercito con blindati, camionette e Humvee è diffusa ovunque a Beirut, dove però non sono state affatto rimosse le barricate innalzate con terriccio, cassonetti e detriti dai miliziani Hezbollah, le cui armi da sabato non sono più visibili, anzi ostentate, ma rimangono comunque ben a portata di mano, nei bagagliai delle loro auto. Del resto, accettando di ritirare i suoi uomini armati dalle strade, Hezbollah aveva precisato che avrebbe continuato la sua azione di "disobbedienza civile". E pertanto rimane ancora inaccessibile e quindi di fatto chiuso anche l'aeroporto della capitale, così come il suo porto, e il valico di frontiera con la Siria a Masnaa, nella valle orientale della Bekaa.
La tensione resta dunque alta. In particolare dopo che nel pomeriggio di ieri le emittenti Tv locali avevano iniziato a diffondere le immagini e la notizia di almeno cinque morti nelle violenze in vari villaggi della parte Sud della regione sud del Monte Libano, abitata per lo più da drusi.
Per cercare di evitare il peggio, lo storico leader druso Walid Jumblatt, alleato del governo, e il suo rivale Talal Arslan, pure druso ma alleato di Hezbollah, hanno esortato i loro seguaci a cessare il fuoco. Sia Jumblatt che Arslan si sono inoltre rivolti direttamente al comandante dell'esercito, il generale cristiano Michel Suleiman, affinché dispieghi i suoi soldati anche nelle loro regioni, per imporre la sicurezza. Un appello che in serata non aveva dato ancora frutti, ma che in ogni caso rafforza ulteriormente la posizione di Suleiman - unico candidato "di consenso" alla poltrona di presidente della Repubblica, carica vacante da quasi sei mesi - che sabato è riuscito a fermare il blitz di Hezbollah a Beirut assumendo "la responsabilità della sicurezza", con una posizione che almeno formalmente salva la faccia sia al governo presieduto da Fuad Siniora, e sostenuto da Usa, Europa e Arabia Saudita, sia al leader di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, che ha il forte sostegno di Siria e Iran. Di fatto sospendendole, Sulei-man ha assunto su di sé la responsabilità delle decisioni del governo contro Hezbollah, che hanno scatenato la peggiore crisi interna del Libano sin dai tempi della guerra civile che in 15 anni, tra il 1975 e il 1990, hanno causato oltre 150 mila morti e immani distruzioni.
Un compromesso proposto dal governo e in un primo momento respinto da Hezbollah, ma poi accettato dopo tre giorni di una guerra che ha causato quasi 50 morti e almeno 150 feriti e che é stata definita un "colpo di stato", anche se il premier e il suo governo sono ancora al loro posto. Ma la salomonica presa di posizione di Suleiman è i realtà al momento ancora ben lungi dal garantirgli la poltrona della massima carica dello Stato, quando martedì prossimo il parlamento sarà chiamato ad eleggere il nuovo presidente.
In primo luogo perché non è affatto certo, anzi è improbabile, che il parlamento si riunirà, specie dopo che già per 18 volte in sei mesi l'elezione è saltata a causa dell' ostruzionismo di Hezbollah e dei suoi alleati. E poi anche perché l'opposizione guidata dal partito di Dio continua a porre le sue irrinunciabili condizioni: primo, una nuova legge elettorale, secondo, la formazione di un governo "di unità nazionale" e, solo terzo, l'elezione del nuovo presidente "di consenso".
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