Abu Omar. Berlusconi e Prodi testimoni al processo per il rapimento
MILANO. Silvio Berlusconi e Romano Prodi deporranno come testimoni nel processo per il sequestro dell'ex imam milanese Abu Omar, che vede imputati l'ex direttore del Sismi, Nicolò Pollari, e 26 agenti Cia. Sono chiamati a testimoniare, e con loro i sottosegretari con delega ai Servizi segreti all'epoca del fatti, Gianni Letta ed Enrico Micheli, "sull'esistenza o meno del segreto di Stato" sulla vicenda del rapimento del religioso e sulla "estensione e opponibilità" del segreto stesso.
Il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro e il pm Ferdinando Pomarici ritengono che il segreto di Stato non sia mai stato apposto sull'episodio avvenuto a Milano il 17 febbraio del 2003, mentre l'esecutivo Berlusconi del tempo sostenne di averlo fatto e quello Prodi di averlo ribadito, tanto che la questione è oggetto di un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato che sarà discusso a luglio davanti alla Corte costituzionale.
Il giudice Oscar Magi, nell'ordinanda con cui ammette quasi tutte le prove chieste da accusa, difesa e parti civili, scrive che, nonostante queste testimonianze potrebbero rivelarsi inutili dopo la soluzione del conflitto da parte della Consulta, allo stato "esse ancora non lo sono e devono ritenersi ammissibili (per lo meno quelle dei presidenti del consiglio e dei relativi sottosegretari con delega per i servizi di sicurezza) riservandosi questo giudice la rivalutazione della loro necessità" all'esito del conflitto. Ancora sul segreto, il giudice spiega che non saranno ammesse "domande generiche o meno tese a ricostruire la tela dei più ampi rapporti Cia-Sismi, che poco interessa l'attuale vicenda processuale", ma questo "non esclude la possibilità di ascoltare testimoni sulla vicenda relativa al ‘sequestro di Abu Omar' e conseguentemente sulle responsabilità personali che da tale vicenda derivano". Gli imputati e i testi, infatti, "per il solo fatto di essere stati appartenenti ai servizi di sicurezza, non potranno esimersi dal dichiarare quanto a loro conoscenza sui fatti in causa, che, si rammenta a tutti, sono fatti, in ipotesi, di gravi responsabilità penali per i quali non era e non è prevista alcuna immunità".
Ieri è andata in scena anche la testimonianza della moglie di Abu Omar, Nabila Ghali. Con il corpo e il viso completamente coperti per ragioni religiose, la donna ha ottenuto di deporre dietro un paravento che poi ha acconsentito fosse tolto, in quanto erano state vietate le riprese televisive e fotografiche in aula e fuori. "Mi disse che sarebbe andato a pregare e a pagare l'affitto", ha detto, con l'aiuto di un interprete, ricordando quanto accadde il giorno del sequestro. Seppe dall'entourage dell'attuale imam della moschea di viale Jenner, Abu Imad, che una donna aveva visto alcuni uomini prendere suo marito e caricarlo a bordo di un furgone bianco che partì ad alta velocità. Poi, mesi dopo, ebbe una telefonata dall'Egitto in cui il marito, rilasciato temporaneamente, raccontava quanto era successo. In seguito nuovi arresti e nuove scarcerazioni per Abu Omar che le fece avere dei memoriali in cui raccontava le torture subite e le minacce perché raccontasse che si era allontanato dall'Italia volontariamente ed era stato trattato bene.
Fino alla presunta offerta di due milioni di dollari, oggetto di un'inchiesta autonoma della Procura di Milano, perché non raccontasse la verità. Un'offerta che gli giunse da un funzionario della sicurezza egiziana, ma, in cui, ha precisato Nabila, "italiani ed egiziani erano insieme".
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30-06-2008












