Camera. Fiducia. Il governo incassa un voto extra
ROMA. Il governo incassa la fiducia della Camera con 335 sì e rilancia la sfida sul dialogo. La nuova stagione non deve essere derubricata a semplice "galateo istituzionale", spiega Silvio Berlusconi nella replica davanti ai deputati prima del voto, ma è il frutto di una "comune assunzione di responsabilità alla quale, nella difficile situazione in cui ci troviamo, nessuno può sottrarsi". Di conseguenza, il dialogo non è solo sul terreno delle riforme, ma anche su quello della politica economica.
L'interlocutore principale è il Pd di Walter Veltroni, a cui nel pomeriggio al Senato il Cavaliere arriva addirittura a riconoscere una "disponibilità storica".
Ma nell'Aula di Montecitorio la nuova maggioranza deve fare i conti non solo con gli ex Ds e Dl ma anche con l'Udc di Pier Ferdinando Casini e il partito di Antonio Di Pietro. L'ex pm scavalca a sinistra il Pd e sferra un attacco dai toni duri. Se la prende con il premier e invia un messaggio chiaro anche agli alleati del Partito democratico, mettendoli in guardia dal rischio di annacquarsi ogni giorno un po' di più, fino a confondersi con l'identità del Pdl.
La prima vittoria, intanto, il premier la intasca proprio a Montecitorio dove il governo incassa un voto in più rispetto alle aspettative. Il Cavaliere dispone sulla carta di 344 voti di maggioranza, ma il presidente della Camera per prassi non partecipa alle votazioni, poi ci sono gli assenti, e quindi a conti fatti i favorevoli sarebbero dovuti essere 334. E invece il tabellone segna quota 335, più un astenuto. Quest'ultimo è Ricardo Merlo, eletto all'estero e che nella scorsa legislatura aveva votato con il centrosinistra, mentre il primo ‘transfuga' della XVI legislatura è Mario Baccini (eletto nell'Udc), ministro della Funzione pubblica con il precedente governo Berlusconi e che dopo una breve ‘separazione' torna così a casa.
"Il Paese - spiega il diretto interessato - non ha più bisogno di scontri che ci portano fuori dall'interesse generale e dal bene comune".
L'Udc di Pier Ferdinando Casini, in modo speculare, prende atto definitivamente del divorzio. La linea scelta dal partito centrista infatti resta ferma: al governo Berlusconi, questa volta, farà opposizione. Repubblicana, certo, leale, ma comunque sarà opposizione.
Nuova legislatura, nuove geometrie parlamentari che vengono raccontate anche da piccoli episodi. Martedì l'applauso del Cavaliere a Piero Fassino, ieri la stretta di mano con Walter Veltroni. Gesti che segnano un cambio di marcia, un'aria diversa.
Silvio Berlusconi replica per undici minuti e fissa le tappe. Martedì lo hanno criticato per non essere stato sufficientemente concreto, e così ieri ha elencato punti precisi del programma e individua già quelli sui quali potrà esserci un'intesa bipartisan e quelli sui quali la maggioranza se la dovrà cavare da sola. E lo farà, sembra dire tra le righe, senza problemi, al contrario della precedente. Le tasse sono da sempre facile terreno di scontro tra i due schieramenti; ma oggi, nel terzo millennio, possono diventare terreno di confronto. Quello che ieri quindi era impensabile, oggi è possibile. Certo, "non sarà facile - ammette il Cavaliere - ma siccome per natura sono un ottimista credo che se lo vorremo davvero come direbbe - conclude concedendosi di citare Walter Veltroni - pacatamente e serenamente il principale esponente dello schieramento a me avverso, ‘se pò fà, ce la possiamo fare".












