Visti da New York

Obama naive, come FDR

di Stefano Vaccara

01-06-2008

Nella campagna elettorale per la presidenza Usa, sulla politica estera il senatore Barack Obama non è stato attaccato solo dai repubblicani ma anche dalla senatrice Hillary Clinton. "Naive", così anche Clinton ha tacciato certe posizioni di Obama quando quest'ultimo aveva dichiarato che sarebbe stato pronto da presidente a stabilire contatti diretti ed incontrare qualunque leader mondiale per cercare di risolvere qualsiasi conflitto.
Questa polemica tipicamente "elettorale" continuerà ad accendersi. Il presidente George Bush l'ha persino portata recentemente all'estero in un discorso pronunciato a Gerusalemme in cui proclamava che non si può trattare con certi stati o organizzazzioni che diffondono il terrore e chi pensa il contrario è come quelli che si illudevano che sarebbe bastato parlare "anche con Hitler...".
A Roma questa settimana arriva per un vertice Onu della Fao Mahmoud Ahmadinejad, quel presidente iraniano che  già qualche mese fa era stato paragonato al dittatore nazista quando era stato invitato a parlare alla Columbia University. Il presidente della prestigiosa università di New York allora ribadì, a chi lo criticava per quell'invito, che se fosse stato per lui avrebbe invitato anche Hitler!
Proprio la scorsa settimana alla Casa Italiana Zerilli Marimò della New York University, abbiamo assistito ad una lecture di storia delle relazioni internazionali che aiuta ad orientarsi dentro il groviglio di certe polemiche d'attualità. Per capire soprattutto come sarebbe molto più utile, invece di strumentalizzare la storia, cercare di far tesoro di certi errori commessi in passato. A parlare alla NYU martedì 27 giugno c'era Robert L. Miller, un attento studioso del periodo tra le due guerre mondiali, che anni fa ha fondato a New York una casa editrice, la "Enigma Books", che dirige e che particolarmente si concentra sull'indagine del periodo del Novecento che per due volte sprofondò nella catastrosfe della guerra mondiale. "The Welles Mission to Rome 1940", così si intitolava il paper che Miller ha dibattuto difronte un nutrito e attento pubblico di persone appassionate di certi avvenimenti solo apparentementi lontani. Pubblico appassionato dal piacere della conoscenza storica, ma anche dalla saggezza di chi cerca soluzioni a problemi di grande attualità attraverso l'analisi di certi errori già commessi o certe opportunità già mancate.
Sumner Welles era il numero due del Dipartimento di Stato guidato da Cordell Hull durante la seconda e terza amministrazione di Franklyn D. Roosvelt. Come ha introdotto Miller, Wells era un uomo di fiducia del presidente, un amico personale che con quell'incarico gli permetteva di scalvalcare Hull e certe rigidità del corpo diplomatico. FDR all'inizio del 1940 scelse Wells per affidargli una missione quasi impossibile: andare a verificare che possibilità di pace ancora ci fossero dopo che la Germania nazista aveva invaso la Polonia e gli alleati franco-inglesi avevano dichiarato guerra a Berlino. Wells doveva recarsi nelle capitali di chi era formalmente già in guerra ma anche a Roma, dove lì comandava quel Mussolini che seppur stretto nel patto d'acciaio con la Germania di Hitler, aveva finora  mantenuto l'Italia neutrale, o come piaceva meglio al fascismo, "non belligerante".  Per FDR e Wells era proprio la tappa a Roma la più utile, perché se sembrava ormai vano ogni tentativo di scongiurare la resa dei conti tra Hitler e gli alleati anglo-francesi, forse c'era ancora qualche possibilità di poter almeno ritardare l'intervento italiano nel conflitto.
La missione di Wells fallì miseramente, soprattutto nelle visite a Berlino, Parigi e Londra. Ma la "doppia" visita a Roma (prima e, per accordi presi in quel momento,  anche ultima tappa prima del ritorno) anche se non portò al risultato sperato (si concluse a marzo e l'Italia entrerà in guerra a giugno) sicuramente mostrò dei segnali che col senno di poi ci fanno vedere quel tentativo non così inutile. Se solo Mussolini infatti fosse stato più flessibile nell'allentare certe influenze tedesche - Paura di Hitler? Invece il ministro degli Esteri Ciano sembrò molto più disponibile verso gli americani- e se FDR avesse rischiato di più dando a Wells più latitudine per cercare di convincere Mussolini, chissà...
Ma il punto qui è un'altro: persino FDR cercò di "parlare" (seppur attraverso il suo inviato Wells)  con il "diavolo" Hitler. Certo, da quella missione si scopre che con il regime nazista non ci fosse proprio più niente da fare, però con certi suoi alleati...
Ecco allora che dalla lecture di Miller (per chi ascoltava c'è stata pure la chicca dell'intervento di un altro autorevole studioso presente, Brian Sullivan, che ha accennato al famoso mistero del carteggio Mussolini-Churchill e di certe lettere compromettenti...) impariamo come non solo sia il dovere dei leader dei maggiori paesi del mondo cercare sempre qualunque strada possibile e ancora immaginabile per mantenere la pace, ma anche quando questa risultasse ormai impossibile  (ieri con Hitler, oggi con l'Iran? Attenzione ai paragoni troppo superficiali) almeno si tenti la dissuasione su ogni potenziale alleato del nemico. E infatti, Israele - con l'appoggio non solo della Turchia ma anche degli Usa! - lo sta facendo proprio in questi giorni con la Siria di Assad e bisognerà continuare così anche in Libano.
Barack Obama quindi sembra ispirarsi alla storia, mentre McCain e la stessa Clinton, spalleggiati da Bush, fanno solo propaganda elettorale.
Per quanto riguarda l'Italia, registriamo che il premier Berlusconi di colpo, dopo aver detto durante il suo precedente governo che Roma preferiva restare fuori dalle trattative del "Quintetto" con l'Iran "perché gli conveniva", adesso attraverso il ministro degli Esteri Frattini manda segnali che vorrebbe essere inclusa con gli altri big per cercare una soluzione. Era ora! Il Paese che ha le maggiori relazioni commerciali con l'Iran potrebbe sicuramente esercitare un certo "leverage". Ahmadinejad forse parla come Hitler, ma in Iran sicuramente non ha il potere che esercitava il dittatore nazista nella Germania degli anni Trenta. Chissà, magari toccherà ad un italiano essere "l'inviato speciale" per aprire la strada verso una visita a Teheran del futuro presidente Obama...

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