Analisi e commenti

Quando perde lo Stato. Un conflitto istituzionale dietro lo scontro Berlusconi-giudici

di Ottorino Curgo

22-06-2008

Non sappiamo chi uscirà alla fine vincente dall'odiosa querelle divampata tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e la Magistratura italiana. Sappiamo, tuttavia, e senza tema di sbagliare, chi, in questo scontro che ogni giorno s'arricchisce di nuovi elementi, come la più insopportabile delle soap opere, è irrimediabilmente perdente: lo Stato italiano, stritolato, mortificato, umiliato dal conflitto tra i due poteri che più significativamente lo incarnano: quello politico e quello giudiziario.
All'indomani del voto di aprile, agli occhi dell'opinione pubblica sembrava delinearsi uno scenario radicalmente diverso dall'attuale: quello di un Paese che, superata la contrapposizione radicale che aveva segnato il corso dell'intera legislatura precedente, potesse finalmente avviarsi verso una serena stagione di rinnovamento caratterizzata da un costruttivo dialogo tra maggioranza e opposizione e dalla civile collaborazione tra gli organi delle istituzioni. Per qualche settimana (o forse soltanto per qualche giorno) l'immagine sembrò resistere.
Improvvisamente, la tela di questo quadro che aveva suscitato l'approvazione del capo dello Stato e persino l'autorevole compiacimento del Sommo Pontefice, è stata sfregiata. Il conflitto tra maggioranza e opposizione tocca ormai livelli così bassi che non erano stati toccati neppure all'epoca del governo Prodi, con il capo del governo che dà del fallito al capo dell'opposizione e questi che annuncia la mobilitazione della piazza contro il governo e la sua politica.
Non solo, ma quel che è più grave, lo scontro politico si trasforma in scontro tra organi istituzionali. Berlusconi parla di pubblici ministeri "sovversivi" che vogliono ribaltare l'esito del voto e i magistrati insorgono chiedendo udienza al presidente della Repubblica e affermando attraverso il loro organo di autogoverno, il Csm, (che, non dimentichiamolo, è presieduto dal capo dello Stato) che la norma "sospendi-processi", contenuta nel decreto legge sulla sicurezza è incompatibile con la nostra Carta costituzionale.
Lo scambio di accuse non si placa e si fa addirittura di ora in ora più aspro se, dopo che erano filtrate le indiscrezioni sul documento che verrà formalmente reso noto domani dal Csm, il suo vice presidente Nicola Mancino, rivolto al presidente del Consiglio, ha notato, con parole che pesano come pietre, che "mentre alle toghe non si può chiedere di non fare i processi, ai politici si può, invece, chiedere di saper scegliere natura, limiti, tempi ed efficacia delle leggi, non espedienti per eluderle".
Mentre i toni di questa mortificante diatriba si fanno più ruvidi, non ci sembra di udire dalle forze politiche dell'uno e dell'altro campo, voci che si levino a richiamare al buon senso che è, in questa circostanza, soprattutto senso di responsabilità, rispetto dello Stato, capacità di tutelarne le istituzioni ad ogni livello. Al contrario, vediamo politici levarsi come tifosi in uno stadio per scagliare anatemi e insulti contro la parte avversa.
È da anni che si discute, in Italia, della crisi dell'amministrazione giudiziaria, della incredibile lungaggine dei processi che rischia di vanificare ogni spirito di giustizia, della inadeguatezza degli uffici, dell'eccessivo numero di leggi che determinano frammentazione e confusione. Ed è da anni che ad ogni inaugurazione dell'anno giudiziario, secondo un rituale stanco e ripetitivo, si sente parlare di bancarotta della giustizia.
Di fronte a questo stato di cose sulla cui gravità c'è concordanza unanime, politici e operatori della giustizia avrebbero un solo dovere che hanno sinora pervicacemente disatteso: collaborare insieme per cercare di dar vita ad una seria riforma che valga a restituire alla giustizia italiana la dignità e l'efficienza perdute. Non lo fanno.
E vien da pensare che gli storici di domani, svincolati dalle appartenenze del presente, potranno accomunare in un'unica condanna entrambe le forze che oggi si contrappongono con tanto fazioso estremismo.    



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