La politica

Sicurezza. I soldati a Milano. Più facile che in Liba

05-08-2008

MILANO. La gente li segue con lo sguardo, incuriosita, e in molti si fermano a parlare e a raccontare le criticità e le paure di chi vive in via Padova, lunga arteria multiculturale a nord di Milano.
Per i militari, impiegati nel primo giorno di pattugliamento delle zone calde della città, "non è una novità svolgere questo compito - spiegano -. Lo abbiamo già fatto fuori area, all'estero, e qui è sicuramente più facile, tranne che dal punto di vista mediatico". Già, il primo impatto del ritorno dei soldati nelle strade, dopo la missione ‘Vespri siciliani', è stato condizionato da giornalisti, fotografi e cameramen che ronzavano intorno alle pattuglie. In via Padova i soldati si alternano in quattro turni da sei ore, ognuno composto da tre militari e due poliziotti. Anfibi, divisa estiva e basco nero. In vita, il cinturone con la pistola e in mano la radio.
"L' equipaggiamento è poi completato da uno sfollagente", spiega il primo caporalmaggiore Alessandro Blasio. Parcheggiato il Defender, due dei tre militari del Reggimento di Artiglieria a Cavallo della caserma di piazza Perruc-chetti a Milano iniziano il loro turno di pattugliamento a piedi insieme ai due agenti della polizia di stato. Lungo il percorso, durante il quale a volte si dividono in coppie per controllare entrambi i marciapiedi, vengono spesso fermati dai cittadini che li ringraziano della loro presenza. "La gente risponde bene - afferma il caporale Antonio Di Biase -. È contenta di vederci qui". C'é infatti chi è entusiasta, come un signore che smette di fare rifornimento al benzinaio all'angolo con via Esterle per esprimere il proprio "appoggio alla decisione del governo di venire in aiuto alla gente che vive in quartieri difficili" o un portinaio di uno stabile che chiede loro di prestare particolare attenzione alle frequentazioni notturne di un vicino giardinetto. Non tutti, però, sono d'accordo. Maria, una signora di 40 anni, bolla i ‘pattuglioni' come "un'operazione di immagine che servirà a poco". È d'accordo anche un ragazzo egiziano che si affaccia dalla vetrina di un kebab incuriosito.
"Non credo risolverà nulla - dice -. Qui servirebbero solo più poliziotti, non militari". Prima di iniziare il loro nuovo compito i militari hanno ricevuto il loro "addestramento periodico - spiegano - integrato con le spiegazioni delle procedure di pubblica sicurezza e con ciò che possiamo o non possiamo fare".
Teoria messa subito in pratica fin da ieri, quando "insieme ai colleghi della polizia abbiamo controllato i documenti di alcune persone. O meglio, sono stati gli agenti a controllarli. Ma nulla di rilevante. È stato un primo giorno tranquillo". L'esperienza di certo non manca.
"Siamo reduci dalla missione in Libano, l'anno scorso - precisano - e da quella in Albania qualche anno fa. Qui di sicuro è tutto più facile e la gente sembra veramente apprezzare la nostra presenza".