CIttà del Messico. Conferenza AIDS. Gli immigrati più a rischio
CITTA' DEL MESSICO. Uomini che hanno lasciato la famiglia nel loro Paese di origine, che non conoscono la lingua, non sono scolarizzati e sono arrivati in Italia da meno di un anno: per la prima volta hanno un volto gli immigrati che in Italia sono più esposti al rischio di contrarre il virus Hiv. Il primo identikit di questo genere mai ottenuto in Italia è stato presentato nella conferenza mondiale sull'Aids di Città del Messico ed è il risultato del primo anno di attività dello studio Prisma (Progetti di intervento per una strategia modulare Aids: stranieri), condotto dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Iom) e finanziato dal ministero del Welfare attraverso il dipartimento per la Prevenzione.
Sapere quali caratteristiche hanno gli immigrati più esposti al rischio è importante per capire come mai in Italia 70% di coloro che scoprono di essere sieropositivi nel momento in cui ricevono la diagnosi di Aids sono immigrati.
L'ipotesi è che fra gli stranieri ci sia un numero di casi di sieropositività sommersa, difficile da stimare. Tuttavia, osserva la coordinatrice della Iom per i problemi di migrazione e salute nel Mediterraneo, Michela Martini, non ci sono dubbi sulle necessità di "potenziare le azioni di informazione dal momento in cui gli immigrati arrivano in Italia, e ancora più importante è iniziare le campagne dal loro Paese di origine, prima che partano". Complessivamente, ha aggiunto, sulle condizioni di salute degli immigrati "non ci sono dati allarmanti, né tali da giustificare test anti-Hiv a tappeto. Non c'é inoltre nessuna evidenza scientifica che i test permettano effettivamente di controllare l'epidemia".
Oltre agli uomini soli e da poco arrivati in Italia, sono a rischio anche gli adolescenti di seconda generazione, vale a dire che sono nati in Italia o che comunque vivano in Italia da molti anni. "Questi giovani - ha detto Martini - vivono un conflitto generato dal fatto che da un lato si sentono italiani, ma poi non sono riconosciuti come tali fino a 18 anni e di conseguenza entrano spesso in conflitto con la famiglia".
Su questo punto le conclusioni dello studio dell'Oim coincidono con quelle di un'altra ricerca sugli immigrati condotta da Carlo Giaquinto, dell'università di Padova, da cui emerge che gli adolescenti soffrono di nostalgia e solitudine e che in famiglia non riescono a trovare affetto. Basata su interviste a 20 madri sieropositive di origine africana, sei adolescenti rumeni e 60 infermieri, lo studio mostra come i comportamenti a rischio di Hiv scaturiscano da pregiudizi molto radicati. Ad esempio, le donne africane considerano la maternità uno status sociale e molte di loro hanno scoperto di essere sieropositive durante la gravidanza o al momento del parto.
Della diagnosi parlano solo con il partner e percepiscono l'Hiv come qualcosa da nascondere perché percepito come contaminazione, fonte di discriminazione, legato alla prostituzione, all'infedeltà e alla morte. Altrettanto radicati i pregiudizi nel personale sanitario, che mostra di avere incertezze su alcuni aspetti della trasmissione del virus e sull'aspettativa di vita delle persone sieropositive, di conoscere poco le culture di provenienza degli immigrati e di non avere alcuna comunicazione con le madri immigrate sieropositive.
Per la prima volta l'Italia avra' un registo dei casi di sieropositivita', oltre a quello dei casi di Aids attivo da anni. Il provvedimento che lo autorizza sta per essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, ha detto Giampiero Carosi, membro della Commissione nazionale per la lotta contro l'Aids. L'obiettivo e' portare alla luce una realta' sommersa. Ad esempio, osserva, "le stime indicano la presenza in Italia di almeno 120.000 casi di sieropositivita', ma ne sono noti 60.000. Di qui l'ipotesi che ci sia un 50% di casi sommersi, che bisognerebbe individuare sia nel loro interesse, sia per limitare la trasmissione del virus". Indicazioni in questo senso sono emerse nella conferenza che nell'ottobre 2007 ha riunito a Bruxelles gli esperti europei.
"Oggi - ha detto - la notificazione e' necessaria alla luce dei cambiamenti della malattia. In passato tutti i casi di sierpositivita' al virus Hiv diventavano Aids e di conseguenza quella che veniva fotografata era una situazione reale. Ma adesso le cose sono cambiate e gran parte dei casi di sieropositivita' non diventano Aids". La notifica della sieropositivita', nella quale la riservatezza dei dati viene garantita da un sistema crittato, viene fatta sui pazienti segnalati dai centri specializzati. Per avere un'idea dei numeri che potranno emergere, basti pensare che sui circa 3.000 pazienti in cura presso il centro di Carosi, circa 300 sono attualmente notificati.












