Analisi e commenti

Il leader Pd tra lotte intestine e crisi dell'opposizione. Se Veltroni batte un colpo

di Arturo Meli

07-09-2008

Che cosa dobbiamo dire di questa Festa democratica, già Festa dell'Unità, aperta e chiusa mentre una cupa atmosfera di guerriglia grava sulla vita del giovane partito? Walter Veltroni ha cercato di tirare su il morale dei militanti. Argomento prevedibile, per tentare di dare la carica, l'attacco al governo ("siamo un Paese senza guida"). Ma i problemi principali non vengono dalla maggioranza di centrodestra. Nascono, soprattutto, dalle insensate lotte interne, che minacciano di far montare un'ondata autodistruttiva. Veltroni, dunque, dopo il colpo all'esecutivo, ha dovuto dare anche un colpo al partito. E ha manifestato un risentimento forte quando ha messo sotto accusa quei dirigenti che, "per andare sui giornali sparano ogni giorno bordate", senza preoccuparsi dei guai che provocano.
È evidente il riferimento all'ex ministro della Difesa, Arturo Parisi, numero uno della pattuglia prodiana. Ma il bersaglio non è soltanto lui. Nell'offensiva anti-Veltroni ci sono altre teste di diamante, con strategie anche più insidiose, come rivelano le sortite di D'Alema e dell'ex presidente del Senato, Franco Marini. In effetti, l'opposizione interna è frastagliata e mossa da posizioni diverse. Ma, per il segretario, ciò non attenua i motivi d'allarme. Questo mosaico disordinanto di critiche, riserve e calcolati disimpegni, rischia di trasformarsi in una folle corsa al logoramento e di riflettere alla fine un incontrollabile stato di caos.
Veltroni sa bene che l'autunno può rappresentare, per lui, e per il partito, una stagione decisiva. Vorrebbe dunque organizzare il rilancio, partendo dall'Assemblea congressuale di ottobre, alla quale si presenterebbe con un documento innovativo e coraggioso, destinato a rappresentare la base di discussione per la Conferenza programmatica del 2009. Ma il 2009 è anche l'anno delle elezioni europee. E, con l'aria che tira, su quest'appuntamento Veltroni rischia politicamente la pelle. Come minaccia l'ultimo sondaggio choc, che vede il partito sotto il 30 per cento, mentre, al contrario, si gonfierebbero le fortune elettorali dell'Italia di valori di Antonio Di Pietro.
È davvero singolare: con un Pd che rischia il proprio destino, i vari potentati interni hanno scelto come esercizio preferito il tiro al bersaglio contro il leader. Senza proporre, probabilmente con la sola eccezione di Parisi, nessuna dichiarata alternativa. Preoccupandosi soltanto di creare attorno a Veltroni una morsa, per depotenziarne il ruolo e metterlo sotto tutela. Ha ragione, a questo punto, il segretario quando dice che, "entrando in crisi il progetto del Pd, si aprirebbe nel centrosinistra una diaspora difficilmente conciliabile". Ma sbaglia se poi evita di riflettere sugli errori del passato, e cancella qualsiasi spunto autocritico. Il vizio sta all'origine: nella vocazione maggioritaria, giusta in linea di principio, ma proclamata senza preoccuparsi troppo di stabilire su che cosa dovrebbe fondarsi e trovare riscontro nella maggioranza degli italiani.
È ancora possibile invertire la rotta? Ogni previsione è difficile. Ma nessun passo in avanti è ipotizzabile se, all'interno della sinistra riformista, non si sfidano apertamente le energie politiche più vitali. Dando un taglio alle vecchie liturgie, ai cesarismi dei vecchi capibastone che nemmeno si accorgono di non avere più delle truppe alle proprie spalle. Se Veltroni ancora può, dia un colpo. Per aprire la strada a un libero e creativo scontro d'idee. Nulla si raccoglie in politica per grazia ricevuta.  

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