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Zimbabwe. Colpi di mano di Mugabe. Varato il governo senza opposione

11-10-2008

NAIROBI. Colpo di mano del presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe: visto che i negoziati con l'ex opposizione, ormai maggiori-taria, non procedevano secondo i suoi intenti, l'ottantaquattrenne ‘padre-padrone' del Paese - al potere dall'indipendenza, nel 1980 - ieri ha varato unilateralmente un governo in cui sono assegnati ai suoi uomini quasi tutti i dicasteri strategici. Ciò malgrado il fatto che le indicazioni dello storico accordo sulla divisione del potere siglato - sull'orlo del baratro - lo scorso 15 settembre prevedessero scelte ben diverse. Molto secco e duro il ‘no' dell'opposizione, il cui portavoce Nelson Chamisa ha parlato di decisione "arrogante, offensiva, scandalosa, che tenta di imbrogliare il popolo, e che rischia di far completamente saltare l'accordo".
Durissima la conclusione della dichiarazione: "Se è così, che governino da soli, se ci riescono". E per oggi è stata indetta una grande manifestazione popolare ad Harare.
La crisi, dunque, precipita in un Paese - una volta granaio dell'Africa - già sprofondato in un baratro.  Più del 50% della popolazione ha bisogno di aiuti d'emergenza per la sopravvivenza alimentare, l'80 è disoccupata. Niente medicine, ospedali e scuole al collasso. In questo quadro, Mugabe vara un governo in cui assegna, tra l'altro, ai suoi uomini i ministeri della Difesa, degli Esteri, dell'Interno, del Trasporti, dello Sviluppo Urbano, della Politica Agricola, dell'Educazione, della Giustizia, e dell' Informazione. Assegnandosi anche le Finanze, ma precisando che su tale dicastero si potrà eventualmente discutere. All'opposizione ben poco: Sanità, Welfare, Affari Costituzionali e Parlamentari, Sviluppo Regionale, Sport e via di questo passo, tranne lo strategico Industria a Commercio. Ben diverse le indicazioni emerse con l'accordo del 15 settembre.
A Mugabe, andava il ruolo di presidente (malgrado un'elezione internazionalmente ritenuta inaccettabile), ma con poteri più che dimezzati. Gli restava, comunque, il controllo sull'esercito, e sull'insieme dell'esecutivo.
Il leader dell' opposizione (il partito del Cambiamento Democratico, Mdc) Morgan Tswangirai diveniva premier con poteri forti, tra cui la direzione del gabinetto ministeriale ristretto che avrebbe gestito il Paese.
Pei i suoi uomini, tra gli altri, i dicasteri che controllano polizia, servizi, prigioni, finanze e giustizia. Due vicepresidenti ad uomini di Mugabe; e due vicepremier, uno all'Mdc, uno a Arthur Arthur Matambara, leader di un gruppo dissidente del Mdc - a cui resta politicamente legato - che ha avuto una buona affermazione elettorale.


Dal punto di vista numerico, nelle indicazioni di Mugabe, nulla cambia. Dei 31 dicasteri: 16 all'opposizione (13 al Mdc, tre a Mutambara), e 15 al partito del presidente, Zanu-Pf. Che però prenderebbe quasi tutti i dicasteri strategici. Per ora tutto è congelato, in attesa del mediatore regionale, l'ex presidente sudafricano Thabo Mbeki. Cercherà ancora un'intesa, particolarmente difficile. Mbeki, infatti, è ormai un'anatra zoppa (il suo partito lo ha sfiduciato, ed è stato costretto alle dimissioni da capo dello Stato), e l'Mdc lo ha sempre accusato di essere a favore di Mugabe. Mentre comunque, i numeri in Parlamento non consentirebbero il varo di un governo come quello previsto da Mugabe: l'ex opposizione è maggioritaria, a meno che Mutambara ed i suoi dissidenti non cambino campo.

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