Analisi e commenti

Casa Bianca. Un nuovo condottiero. Sarà una svolta simile a quella impressa da Roosvelt?

di Pino Agnetti

02-11-2008

Le grandi vigilie elettorali sono sempre state un terreno di caccia particolarmente appetito dai grandi bookmakers internazionali. A poco più di 48 ore dall'attesissima "election night" di martedì che incoronerà il 44° presidente degli Stati Uniti d'America, le agenzie specializzate, come l'inglese Ladbrokes, danno per strafavorito Barak Obama (la cui vittoria viene pagata la miseria di 7 centesimi per ogni euro giocato) su McCain quotato a quasi 8 euro contro uno. Una specie di abisso, nonostante i sondaggi delle ultime ore diano il senatore dell'Arizona in leggera ma costante risalita.
Le due cose non sono in contraddizione, in quanto fotografano perfettamente la situazione reale. Con un Obama che (appoggio della quasi totalità dei media e dell'elettorato soprattutto giovane e afroamericano a parte) si è trovato a giocarsi il rush finale col vento in poppa della peggiore crisi economica degli ultimi 70 anni indiscutibilmente "firmata" da un collega di partito del suo rivale. Mentre McCain - un po' per la sua fama di "maverick" (indipendente) e di eroe di guerra, un po' perché un conto sono le simpatie della grande stampa e un altro gli umori dell'America profonda - è scontato che darà battaglia fino all'ultimo pur di soffiare a Mr. "Yes we can" il ruolo di salvatore della patria nel momento più buio della nazione dal 1929 a oggi. Il che basta, di per sé, a rendere queste elezioni (chiunque le vinca) più importanti di tutte quelle legate all'epopea e talora al mito dei grandi presidenti americani del secolo appena trascorso.
Gente, per intenderci, come il Franklin Delano Roosevelt che appunto si caricò sulle spalle l'America della Grande depressione degli anni ‘30 inventando il New Deal, per poi guidarla da una carrozzella nella sfida vittoriosa contro il nazismo. Come Dwight D. Eisenhower, che dopo avere comandato tutti i più importanti sbarchi alleati della Seconda Guerra mondiale compreso il D-Day in Normandia, da inquilino della Casa Bianca si dimostrò un politico tutt'altro che sprovveduto continuando (lui repubblicano) la lezione del New Deal e concludendo la pace con la Corea del Nord nel 1954.
Come il suo immediato successore John Fitzgerald Kennedy, senza il minimo dubbio l'icona universalmente più amata ed eterna del "sogno americano", nonostante sia stata proprio la sua breve e tragica presidenza a compiere le prime mosse della dolorosa e alla lunga perdente avventura in Viet Nam. E la "galleria" non può certo prescindere dall'unico presidente Usa a essersi finora dimesso, quel Richard Nixon capace tuttavia, prima di finire travolto dal Watergate, di firmare con Kisinger la dottrina della "realpolitik" e di normalizzare i rapporti con la Cina. Per arrivare agli ultimi due e più recenti "giganti". A cominciare da Ronald Reagan, che oltre a essere il presidente degli storici incontri con Gorbaciov che anticiparono per molti versi favorendolo il dissolvimento dell'Urss, nei suoi due mandati disegnò e rese vincente la ricetta che porta tuttora il suo nome. Quella "reaganomics" che, dal 1980 in poi, è diventata la bibbia di tutti i sostenitori della deregulation e del ruolo ridotto del governo combinati a una tassazione più bassa per tutti (ricchi compresi). Per arrivare a Bill Clinton, cioè all'uomo che ha legato la propria presidenza all'ultima stagione di grande crescita economica della nazione tanto da consegnarla, ancora forte e rispettata, allo scoccare del XXI secolo.
Il resto, cioè gli 8 tormentati anni di George W. Bush, è storia più recente e nota. E soprattutto destinata, come già si è detto, ad avere un effetto quasi certamente decisivo nell'ormai imminente e fatidica "election night". Ma se nessuno dubita che l'11 settembre del capitalismo mondiale abbia, di fatto, seppellito il modello "reaganomics", l'interrogativo più grande (non solo per gli elettori americani ma per il mondo intero) è se il prossimo presidente sarà davvero all'altezza della sfida. In altri termini, se l'America riuscirà a trovare un altro condottiero alla Franklin Delano Roosevelt. E su questo punto, con tutto il rispetto per Barack Obama e per John McCain, nemmeno i super neutrali bookmarkers di Londra sono disposti, almeno per ora, ad accettare scommesse.


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