Bush e la crisi del G8
WASHINGTON. Dal crollo delle Torri Gemelle a quello di Wall Street, dalla fine della sicurezza Usa alla fine del 'Club dei Ricchi': il presidente George W. Bush sta chiudendo i suoi otto anni alla Casa Bianca, iniziati nel segno della strage dell'11/9 e della conseguente guerra globale al terrorismo, con un altro evento epocale nella sfera delle relazioni internazionali: la morte del G8. "E' stato un incontro molto produttivo - ha detto ieri Bush al termine di due giorni di lavori del primo G20 a livello di leader - ma un solo incontro non può risolvere i problemi del mondo: questo è solo un primo passo".
La riunione del G20 a Washington, scaturita dalla crisi economica segna, grazie soprattutto a Bush, una svolta storica: l'ingresso dei giganti emergenti nel club dei Ricchi (o, meglio, ex-Ricchi), l'arrivo di paesi come Cina, India e Brasile nella rarefatta atmosfera del 'Circolo dei Signori' del G8 dove la antica nobiltà non è automaticamente accompagnata da adeguate risorse finanziarie. E' stato raggiunto un punto di non ritorno: una volta sfondata la porta non può essere più chiusa in faccia ai giganti che avanzano. "Il G20 è ormai già riconosciuto come l'organismo competente per discutere i problemi sollevati dalla crisi economica mondiale", ha ribadito ieri a Washington il presidente francese Nicolas Sarkozy. Questa eredità di Bush alla storia dei vertici internazionali ha probabilmente origini non premeditate: la Casa Bianca aveva replicato alle richieste insistenti del presidente francese Nicolas Sarkozy di organizzare un G8 straordinario sulla crisi economica con la controproposta di allargare il consesso ad altri paesi, come la Cina e l'India, indispensabili per trovare risposte globali ad una crisi economica che è planetaria. La richiesta di Bush nasceva anche, probabilmente, dalla convinzione che un G20 avrebbe contribuito a frenare, diluendole, le richieste dell'Europa di giungere ad una profonda revisione delle regole del gioco. Mentre il comunicato finale del vertice sottolinea la necessità di giungere ad "un piano d'azione concreto e preciso per ristabilire la fiducia", il presidente Bush nella sua dichiarazione subito dopo la conclusione del vertice ha preferito porre l'accento sulla necessità di tutelare i principi della libertà di mercato e di impresa e sui pericoli di cedere alle tentazioni del protezionismo. Il presidente americano ha ridicolizzato i tentativi di definire la riunione di Washington una 'Bretton Wood II': "Ci sono voluti anni per preparare i lavori di Bretton Wood - ha detto Bush - questo vertice di Washington è stato preparato in tre settimane".
E' una situazione difficile per Bush, che non ha potuto prendere impegni rilevanti a questo vertice avendo sul collo il fiato del successore che ha comunque preferito tenersi a distanza dal G20 di Washington restando a Chicago per mettere a punto la sua squadra di governo. Per Bush è stata anche l'ultima occasione di fare da padrone di casa in un grande consesso internazionale: la prossima settimana si recherà in Perù per partecipare al vertice dell' Apec, l'assemblea annuale dei paesi che si affacciano sul Pacifico. Un evento che dovrebbe essere la sua ultima partecipazione, da presidente Usa, ad un grande consesso internazionale.












