India e Pakistan. Rischi di un confronto tra le due potenze nucleari del subcontinente.
MUMBAI. Provenivano dal Pakistan tutti i dieci terroristi che hanno partecipato agli attacchi della settimana scorsa contro la metropoli indiana di Mumbai, nei quali quasi 200 persone sono state uccise e poco meno di 300 ferite. Lo hanno affermato gli investigatori indiani, facendo alzare di colpo il livello di rischio di un confronto tra le due potenze nucleari del subcontinente.
Una nota ufficiale di protesta è stata consegnata ieri da New Delhi all'ambasciatore pachistano. Sotto la crescente pressione dell'opinione pubblica e della stampa, secondo la quale i servizi segreti avrebbero mesi fa avvertito - senza essere ascoltate - le autorità del pericolo di un attacco terroristico ad alberghi di Mumbai, il governo di New Delhi sta studiando come reagire.
Un altro uomo politico, il capo del governo provinciale del Maharastra Vilasrao Deshmuk, ha presentato ieri le sue dimissioni al partito di governo, il Partito del Congresso (I), che ancora non le ha accettate formalmente in attesa di nominare il suo successore. Domenica si era dimesso il ministro dell'interno Shivraj Patil.
L'opinione pubblica, che si esprime soprattutto nelle martellanti dirette delle televisioni private, chiede che qualcosa sia fatto per porre fine agli attentati contro l'India dei militanti dell'internazionale del terrore islamico, che in Pakistan ha le sue basi. Solo negli ultimi 12 mesi, attentati attribuibili agli estremisti musulmani hanno provocato la morte di 74 persone, senza calcolare quello del 30 ottobre nella provincia dell'Assam, probabilmente opera di un gruppo secessionista locale, che ha fatto 61 vittime. ‘'È il momento dell'azione'' tuona l'emittente Tv Today tra un servizio e l'altro sulle conseguenze del massacro della scorsa settimana.
Sono state le TV private a dare la notizia che il ministero degli esteri indiano ha convocato l'ambasciatore del Pakistan per chiedergli - tra l'altro - la consegna di alcuni dei terroristi musulmani che si ritiene siano rifugiati nel vicino paese, tra cui il capo della mafia musulmana di Mumbai Dawood Ibrahim. Il Pakistan ha smentito la notizia, affermando che l'ambasciatore ha semplicemente ‘'discusso'' degli avvenimenti con ‘'funzionari del ministero degli esteri'' in un incontro programmato da tempo. Se confermate, le notizie prefigurano una situazione simile a quella creata dagli Usa all'indomani dell'attacco alle Torri Gemelle del 11 settembre 2001, quando la richiesta ai Taleban afghani di consegnare il capo di Al Qaeda, Osama bin Laden, fu preludio all'attacco militare. Non per niente, i mezzi d'informazione indiani si riferiscono spesso al massacro di Mumbai come al ‘'11/9'' dell'India.
Il segretario di Stato Condoleezza Rice ha intanto annunciato che domani sarà in India per consultazioni e ha lanciato un severo monito ad Islamabad. ‘'Non voglio saltare ad alcuna conclusione su questo - ha dichiarato ad un gruppo di giornalisti - ma credo che sia necessaria una completa, assoluta, totale trasparenza e cooperazione e questo e' quello che ci aspettiamo (dal Pakistan)''. Gli accusati rispondono a tono. Il presidente pachistano Asif Ali Zardari, vedovo dell'ex-primo ministro Benazir Bhutto, ha sostenuto in un'intervista al Financial Times che anche il Pakistan è un bersaglio degli stessi terroristi. ‘'Anche se gli attentatori sono del Lashkar e-Taiba (il gruppo con base in Pakistan accusato da New Delhi), contro chi credete che stiamo combattendo noi?''.
Secondo il giornalista pachistano Kamal Siddiqi, del quotidiano The News, l'opinione pubblica pachistana approva in grande maggioranza le posizioni di Zardari. ‘'Quello che è preoccupante - aggiunge - è che molti uomini politici pachistani stanno conducendo una contro-campagna, parlando di una minaccia da parte dell'India e della necessita' di essere pronti a farle fronte''.
Zardari ha aggiunto che i responsabili del massacro, se vengono dal suo paese, sono "attori non dello Stato'' e che i due vicini non devono farsi trascinare da loro sulla strada della guerra. Il presidente non ha fatto però riferimento al quartier generale del Lashkar di Murdike, non lontano dalla cittò pachistana di Lahore, che non risulta sia stato chiuso dal governo di Islamabad. Il primo ministro indiano Manmohan Singh, già in difficoltà per il netto rallentamento della crescita economica, ha detto che la sicurezza interna è stata portata al ‘'livello di guerra'', e sta considerando le possibile risposte.
India e Pakistan hanno combattuto tre guerre nel 1947, '65 e ‘71 e nel 1998 si sono affrontate in una breve ma sanguinosa guerra di frontiera non dichiarata a Kargil, nel Kashmir. All'inizio del 2002, dopo un attacco al Parlamento di New Delhi nel quale furono uccisi otto poliziotti, un civile e cinque sospetti terroristi, New Delhi richiamò' il suo ambasciatore dal Pakistan, sospese tutti i collegamenti con il paese vicino e lancio' una massiccia mobilitazione militare, schierando 500mila uomini sulla frontiera. Nel 2004 il musulmano kashmiro Mohammad Afzal Guru, e' stato condannato a morte per complicita' con i colpevoli. In seguito un gruppo di intellettuali indiani, tra cui la scrittrice Arundathi Roy, hanno sostenuto l'innocenza di Guru denunciando la superficialita' e l'unilateralita' del processo che aveva subito. L'esecuzione della condanna a morte, sospesa di fatto dopo la campagna degli intellettuali, è una delle misure chieste da una parte dell'opinione pubblica indiana per ‘'rispondere'' agli attacchi che vengono dal Pakistan.












