Mumbai. Le indagini portano in Pakistan. Sale la tensione
MUMBAI. Tutte le indicazioni puntano verso il Pakistan. Ieri, un alto responsabile del Dipartimento di Stato americano, ai margini di una riunione della Nato a Bruxelles, ha confermato quello che i servizi indiani stanno dicendo da giorni, che "ci sono molte ragioni di pensare che la responsabilità (degli attacchi di Mumbai) sia di un gruppo, nella sua totalità o limitatamente ad alcuni membri, con base nel territorio del Pakistan".
La dichiarazione viene alla vigilia dell'arrivo a New Delhi del segretario di Stato americano Condoleeza Rice, e con ogni probabilità il governo indiano sta aspettando di discutere con lei prima di decidere una linea d'azione. Che si faccia "qualcosa" per mettere fine agli attacchi che vengono dal territorio del Pakistan è reclamato a gran voce dall'opinione pubblica indiana, nella quale sono sempre più frequenti i riferimenti a "fare come l'America", che dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 ha attaccato l'Afghanistan dei Taleban.
Dal Pakistan Ahmed Rashid, uno dei massimi esperti al mondo dell'estremismo islamico, ha affermato di ritenere che l'attacco di Mumbai, che ha fatto quasi 200 morti e terrorizzato per quattro giorni la metropoli indiana, sia stato "ordinato da Al Qaeda (i cui dirigenti si nascondono oggi in Pakistan) o della "shura" (il consiglio supremo) dei Taleban afghani", forse per creare un diversivo che costringa parte delle forze militari pachistane che li pressano nel nordovest del paese a spostarsi sulla frontiera con l'India.
Analisti sottolineano anche la scelta di uno degli obiettivi scelti dal commando terrorista, il centro ebraico di Nariman House, frequentato soprattutto da ebrei israeliani e americani, e non da quelli indiani.
Il ministro degli Esteri di New Delhi, Pranab Mukherjee, che in precedenza aveva escluso che l'India avrebbe mosso guerra al Pakistan, ha rilasciato in serata un'intervista ad una popolare TV privata per correggere il tiro. Mukherjee ha sottolineato che "ogni paese sovrano ha il diritto di difendersi se attaccato" e che il suo governo "non esclude nessuna opzione", evitando di pronunciarsi esplicitamente su quella militare.
Il diritto dei paesi sovrani alla difesa è stato citato anche dal presidente eletto degli Usa Barack Obama, che ha detto di "non voler aggiungere altro". Insomma, anche per gli USA sembra che "tutte le opzioni" rimangano aperte. In India l'emergere di nuovi indizi che puntano verso il Pakistan ha portato ad un tentativo di ridimensionare le rivelazioni dei giorni scorsi, secondo le quali i servizi di sicurezza (compresi quelli americani) avevano avvertito il governo di possibili attentati a Mumbai dal mare. Almeno una parte dei terroristi che hanno agito, secondo le confessioni dell'unico del gruppo catturato vivo, sono venuti via mare, partendo dal porto pachistano di Karachi. Responsabili della Marina Militare hanno affermato che le informazioni fornite loro "non erano tali da permettere di agire" più decisamente di quanto hanno fatto. Il Pakistan ha risposto in modo difensivo.
In una conferenza stampa, il ministro degli Esteri di Islamabad, Shah Mehmood Qureshi, ha rinnovato l'offerta di collaborare con l'India, proponendo un'"indagine congiunta". Quanto alla lista di venti leader estremisti dei quali l'India ha chiesto l'estradizione, Qureshi ha detto che il Pakistan "risponderà" alla richiesta.
Il ministro ha ricordato che l'esercito pachistano ha compiuto e sta compiendo azioni militari contro gli estremisti che imperversano nel nordovest del paese.
Nel mirino dell'India sembra esserci soprattutto il Lashkar e-Taiba, il gruppo estremista basato a Muridke in Pakistan. Messo fuorilegge nel 2002, il gruppo ha cambiato nome, ora si chiama Jamaat-e-Dawa e opera alla luce del sole. Lo stesso Ahmed Rashid ha detto che la Jamaat ed il servizio segreto militare pachistano, l'Inter Service Intelligence (ISI), sono "la stessa cosa". Altri analisti affermano che l'esercito pachistano è disposto a combattere gli estremisti per limitarne l'influenza nel paese, ma non a rinunciare alla loro collaborazione nel perseguire i suoi obiettivi nel Kashmir indiano e in Afghan












