Analisi e commenti

Terremoto. Il diritto-dovere della partecipazione. I volontari e le istituzioni

Di Federico Guiglia

12-04-2009

E  se lo scambio franco e civile che c'è stato ieri tra il presidente del Senato e una dottoressa volontaria fosse la bella metafora della nuova Italia che sta nascendo dal dolore d'Abruzzo?

Lei, Federica Fabiocchi, da cinque giorni impegnata ad alleviare sofferenze in condizioni disperate, ha chiesto a Renato Schifani ciò che l'intero Paese chiede ai politici: basta passerelle, "servono fatti concreti, aiuti materiali". Non strette di mano.

Ma anche il presidente del Senato, con la sua opportuna presenza alla vigilia di Pasqua, ha a sua volta interpretato la parte che l'intero Paese esige dalla sua classe dirigente: quella d'essere in prima linea, anche fisicamente, per contrastare subito, con forza e organizzazione, gli effetti devastanti del terremoto. Lo Stato radicato in Abruzzo. "Qui la politica non c'entra, io rappresento il Parlamento", ha ribattuto Schifani.

È un botta e risposta pieno di consapevolezza. La consapevolezza dei cittadini che si sono rimboccati le maniche per confortare, per aiutare, per ricostruire. Piangono, certo, e come potrebbero non piangere? Ma hanno reagito senza attendere il pur doveroso intervento di Roma. Si sono sentiti loro per primi, gli abruzzesi colpiti negli affetti, nelle case, nella propria terra, i migliori "rappresentanti" dello Stato. Una lezione straordinaria. "Lo Stato siamo noi", si sono detti, dimostrandolo.

Ma consapevoli si sono finora mostrate anche le istituzioni. Le quali hanno mobilitato il meglio di sé, a cominciare da Guido Bertolaso, il responsabile della Protezione civile che in questi giorni ha parlato meno di tutti, pur avendo molte più cose da dire di chiunque. Fatti, dunque, non parole: così dev'essere.

Le istituzioni hanno, inoltre, indotto alla tregua le fazioni politiche. Non era scontato. Ma era un atto fondamentale sia per far prevalere il valore della solidarietà al pregiudizio della polemica, sia per dar vita a un futuro condiviso nel nuovo Abruzzo. Nuovo, si spera, anche nel linguaggio, abbandonando, per esempio, la patetica espressione di "new town" per dire "città nuova": suona meglio in italiano, l'unica lingua in cui deve suonare.

Sì, discutano, allora, volontari e presidenti, abruzzesi e parlamentari, sostenitori del rifacimento "dov'era e com'era" e teorici del cambiamento "modernista". Discutano animatamente. Che tutto avvenga in pubblico, alla luce del sole e perfino della telecamera, perché anche questa è la novità pretesa dal Paese. La novità d'essere tutti coinvolti, di partecipare a scelte che ci riguardano senza eccezioni, perché il terremoto che ha sconvolto l'Aquila ha sconvolto l'Italia. Ed è diritto-dovere dei cittadini sapere che cosa si stia facendo per poter esclamare "mai più!" senza retorica. Per poter finalmente vedere applicato il principio della responsabilità. Basta case di cartone è il comune obiettivo del nostro domani.

Verrà il tempo della magistratura, dopo quello della sofferenza. Deve venire. Ma intanto e subito dev'essere chiaro che i volontari hanno la facoltà di prendere di petto chiunque. E che gli uomini e le donne dello Stato hanno l'obbligo di rispondere alle rimostranze, ai dubbi, perfino alle critiche ingiuste, se mai ce ne saranno. È finita l'epoca del Paese reale separato dal Paese legislativo, della gente distante dai politici, dei politici che accorrono solo al momento del bisogno. La nuova Italia che sorge dal lutto d'Abruzzo, mandi in archivio per sempre le divisioni. Cittadini e Istituzioni stanno dalla stessa parte, vivono nello stesso Paese, celebrano la stessa Pasqua. La Pasqua più dolorosa, oggi, per nostri fratelli d'Abruzzo.

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