Economia

Briatore, una vita di corsa. Intervista al manager della Renault

Di Mary Giuffré

02-05-2009

LONDRA. Una vita in corsa. Da Cuneo a Londra, dai tempi del "tribula" a quelli di Mr. Billionaire, ricordando i suoi primi successi americani tra Boston e New York. Flavio Briatore, team manager della Renault, la scuderia che per due anni ha vinto il campionato del mondo di F1 con il pilota Fernando Alonso, racconta la sua vita tra successi e sacrifici. Donne e motori, un'accoppiata vincente per l'uomo che per anni è stato lo scapolo d'oro, spesso fotografato al fianco di top model come Heidi Klum e Naomi Campbell, ma che ormai, ha messo la testa a posto sposando Elisabetta Gregoraci, donna di spettacolo del sud Italia.
Lavora diciassette ore al giorno. Viaggia da un continente all'altro, Australia, Malesia, Cina e Bahrein, per seguire le varie tappe del Gran premio di Formula 1, ma prima del quinto appuntamento, previsto per il 10 maggio in Spagna, lo incontriamo nella sua centrale operativa a Londra, nel quartiere di South Kensington, per farci raccontare come si diventa "Flavio Briatore" partendo da un paesino come Verzuolo in provincia di Cuneo.
Un uomo deciso, sicuro di se e dal temperamento spavaldo e aggressivo. Questo ed altro ci si aspetterebbe prima di incontrare Flavio Briatore, che è esattamente l'opposto di quello che si possa pensare. E' timido, pacato e molto riflessivo. Lo si vede spesso con le sue babbucce e occhiali colorati che in realtà non utilizza per mantenere un certo distacco, fra lui e l'interlocutore, ma solo come accessorio che serve a nascondere la sua timidezza.
Nel suo ufficio londinese si circonda di professionisti italiani che lo supportano e lo seguono nei suoi vari impegni. E' appena rientrato a Londra, dopo la corsa in Bahrein, passando per Parigi, a causa della fitta nebbia che impediva l'atterraggio all'aeroporto di Londra. Malgrado le diverse ore di fuso orario che ha affrontato nelle ultime settimane, tra un Gran Premio e l'altro, Briatore appare veloce ed entusiasta nel raccontare le sue avventure di vita, e nonostante le varie telefonate di lavoro, non perde mai il filo del discorso.


Briatore, come si diventa un uomo di successo, partendo da un piccolo paese come Verzuolo?
Lavorando duramente. In fondo, si può avere successo anche partendo dal centro dell'India o del Pakistan, basta credere in ciò che si vuole ottenere. E' il risultato che ottieni nel tuo lavoro che decreta il successo.


Pensa che parte del suo successo sia attribuibile alla fortuna?
La fortuna non ha un gran ruolo. E' soprattutto questione di costanza. Se pensi di potercela fare, puoi raggiungere degli ottimi risultati, in fondo, non sempre comprando un biglietto della lotteria si vince, anche se sei una persona fortunata.


E'sempre stato riconoscente nei confronti di Luciano Benetton che le ha offerto la possibilità di intraprendere questa carriera, pensa che se non ci fosse stato lui, oggi non sarebbe un uomo così ricco e famoso?
Voglio essere ottimista... chissà, forse se non avesi conosciuto Benetton, avrei potuto far meglio. Io sono riconoscente perché, per me, l'amicizia è molto importante e Luciano è un vero amico.


E' partito da un paese in provincia di Cuneo e si è trasferito a Milano, pensava già a quei tempi, di lavorare in Formula1?
No, volevo fare un lavoro che non fosse anonimo, una professione che mi dava la possibilità di esprimermi, di essere apprezzato.


Si è diplomato come geometra a Cuneo, poi ha fatto l'assicuratore ed anche l'agente immobiliare: come ricorda quegli anni trascorsi in Italia?
Quando penso a Cuneo, ricordo la mia infanzia, in quella città ho iniziato a fare l'agente immobiliare ed anche l'assicuratore, cercavo di vendere polizze assicurative agli amici, ero diventato un professionista in questo settore e lavoravo per una grande compagnia di assicurazioni. Dopo mi sono trasferito a Milano quando avevo ventisette o ventotto anni, lavoravo in borsa e successivamente ho conosciuto Benetton, attraverso altri amici, ed ho iniziato a lavorare per le sue aziende negli Stati Uniti.


Quindi la sua carriera professionale, insieme a Benetton, è iniziata in America?
Sì. A quei tempi non esisteva ancora il marchio di abbigliamento Benetton, ma i negozi si chiamavano diversamente e lavoravano sia in Italia che in Europa, ma non in America, perché gli Stati Uniti erano troppo lontani. Io, a quei tempi, seguivo una società che faceva affari in America e mi affascinava l'idea di iniziare a lavorare a New York. Conoscevo già la Grande mela, Boston, la Florida, così ho iniziato a seguire per Luciano Benetton i marchi dell'azienda negli Usa. Dopo anni di questo lavoro ero giunto ad uno stato di saturazione ed avevo voglia di cambiare.


A questo punto inizia la sua carriera in Formula1?
Sì, Luciano mi ha portato al Gran premio di Adelaide e mi ha parlato del mio incarico nel mondo dei motori. Non avevo mai visto Londra e mi piaceva l'idea di andare in una nuova città, ma all'inizio Benetton non mi disse che la scuderia si trovava nel cuore delle campagne londinesi, a due ore di strada dalla città... altrimenti non so se avrei accettato. Io e Luciano abbiamo preso una casa insieme e vivevamo come due roommate. Ci alzavamo tutte le mattine alle sei e la sera eravamo talmente stanchi che andavamo a dormire vestiti, con gli stessi abiti del lavoro. Però, malgrado la fatica, ero contento dei risultati e neanche il clima tetro della città, riuscì a farmi desistere dai miei obiettivi. Ho ottenuto grandi risultati in F1, prima con Schumacher e dopo con Alonso. Sono soddisfatto!


Spesso ha dovuto fare i conti con la cattiveria e l'invidia della gente: le polemiche e le tante discussioni sul suo passato le fanno male oppure, ormai, non ci fa più caso?
Non si attacca mai il mio operato in F1 in questi ultimi diciassette anni, ma si parla sempre del mio passato di ciò che è successo trentanni fa, insieme ad Emilio Fede. In quella circostanza non ho danneggiato nessuno e quando ho potuto ho rimborsato tutti fino all'ultimo centesimo. Ero giovane ed ho sbagliato, ma ho imparato dai miei errori e mi sono costruito una carriera onestamente. Ho sempre vinto con squadre che stavano in posizioni basse in classifica e non è stato facile, ma ho lavorato duramente.


Un tempo il suo soprannome era "il tribula": Flavio Briatore è cambiato molto da quel periodo?
Tribula significa fatica. Tutti nei paesi davano dei soprannomi. In fondo non sono cambiato, faticavo a quei tempi, ma fatico anche oggi, per tante ore al giorno. Amo il mio lavoro e proprio per questo lo porto avanti, altrimenti non potrei farcela.


Non ha mai pensato di tornare a lavorare in Italia?
No, perché non c'è meritocrazia. L'italia va bene per le vacanze.


Suo fratello fa il contadino e sua sorella l'insegnante, come i suoi genitori, fanno una vita semplice, diversa dalla sua: li aiuta nelle loro attività?
Sì, li sostengo. Mio fratello è bravissimo e pianta susine e mirtilli, ma oggi coi tempi che corrono non sarebbe facile fare il contadino, se alle non ci fosse un fratello come me.


Briatore, non ha mai pensato di fare il contadino?
Fortunatamente, non ho mai avuto questa passione.   

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