Investita dalla polemica su Giustizia e politica Consulta nella bufera
Alla fine, la polemica permanente su giustizia e politica ha finito per investire anche la Corte costituzionale, che finora era stata, se non un'isola felice, quanto meno un'istanza capace di tenersi un po' al di sopra dello scontro politico bipolare.
Non che fossero mancati i problemi in questi anni, come dimostrato dalla fatica fatta dai partiti ad accordarsi per eleggere in parlamento i giudici costituzionali; e anche le decisioni prese sulle materie più delicate (in primo luogo la giustizia) finivano necessariamente per scontentare qualcuno (più spesso nel centro destra). Ma la Corte in quanto tale aveva sempre mantenuto un profilo complessivamente fedele alla natura super partes di questo organismo fondamentale negli equilibri istituzionali.
Ora, gli attacchi dell'opposizione dopo la cena fra Silvio Berlusconi, il ministro Angelino Alfano e due giudici costituzionali minacciano di intaccare seriamente questa posizione. Per il Pd e per l'Italia dei valori (con Antonio Di Pietro in prima linea), non può essere casuale un incontro con quei partecipanti, nel momento in cui la Corte sta per prendere in mano la patata più bollente di tutte: cioé quella legge sulle immunità (nota col soprannome di lodo Alfano) che, se giudicata incostituzionale dalla Corte, non proteggerebbe più il presidente del consiglio da iniziative giudiziarie (e, in primo luogo, dal processo che ha visto condannato in primo grado l'avvocato Mills, il più rischioso per Berlusconi).
Anche il fatto che uno dei giudici costituzionali in questione, Luigi Mazzella, non abbia scelto la tradizionale via del riserbo istituzionale di fronte alle polemiche politiche, ma abbia rivendicato il diritto di incontrarsi con il suo "amico di vecchia data" Berlusconi, rappresenta quanto meno una di quelle innovazioni nello stile che, talora, possono diventare il preludio ad innovazioni di sostanza.
Il risultato, complessivamente, è che la moratoria sulle polemiche sollecitata dal Quirinale da qui fino al vertice del G8, viene rispettata solo in parte. E che, anzi, lo scontro sembra addirittura salire di livello, visto che finisce per coinvolgere anche un organo di garanzia costituzionale, come è la Corte costituzionale.
Una polemica interamente politica è, invece, quella che segna la prima fase della corsa alla segreteria del Pd. Con la rinuncia di Sergio Chiamparino, appare assodato che la sfida è destinata a giocarsi fra Dario Franceschini e Pierluigi Bersani (anche se altre candidature restano possibili). E che ciascuna di queste candidature esprime un'idea molto diversa di cosa il Pd sia e cosa debba essere.
Ieri è stato il giorno di Bersani; che ha lanciato la propria corsa contrapponendo un'idea forte di partito alle "categorie inafferrabili" usate da chi lo critica; come il vecchio e il nuovo usati da Franceschini, o le critiche della Serracchiani all' "apparato", di cui Bersani sarebbe espressione. A questo, l'ex ministro contrappone un partito in cui ridare sovranità agli iscritti (invece di rivolgersi genericamente alle masse, come avviene con le primarie), a cominciare dalla scelta del segretario e degli organismi dirigenti. Un partito che, fin dalle regionali del prossimo anno, deve poi preoccuparsi di sperimentare nuove alleanze politiche capaci di tradurre le proprie idee in proposte elettorali convincenti rispetto a quelle della destra.
Sia la rivendicazione della natura associativa del partito con il primato degli iscritti, sia la riorganizzazione del campo alternativo alla destra attraverso una politica di alleanze segnano una inversione di rotta totale rispetto al primo ciclo di vita del Pd, quello delle primarie generalizzate e della veltroniana coltivazione della "vocazione maggioritaria". Ma Bersani preferisce presentarle, più che in termini polemici verso il passato, come condizione per dare un futuro al partito. Altrimenti, senza ridare consistenza organizzativa e capacità di costruire alleanze politiche al Pd, il rischio delineato da Bersani non è neanche di perdere le elezioni, ma quello di non avere più un partito.
L'impostazione di Bersani può avere molti sostenitori nel Pd e molti interlocutori anche fuori del partito. Ad esempio, la scelta di Nichi Vendola di aprire il confronto con Idv ed Udc per la giunta pugliese esprime, da sinistra, un'impostazione di tipo bersaniano. E le adesioni alla campagna da parte di persone vicine a Massimo D'Alema, Rosi Bindi, Enrico Letta ed altri sembrano una buona base di partenza.
Ma, in prospettiva, il problema di Bersani o di chiunque vincerà resta quello di come tenere unito un partito dove esistono due modi di concepirsi che risultano così lontani. Perché il presupposto della riforma interna immaginata da Bersani è che comunque il Pd deve trovare compattezza; perché solo così può avere la forza per diventare il perno di quelle alleanze più ampie che immaginano Bersani ed i suoi sostenitori, per riportare il centrosinistra al governo.
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