Conquistare. I cuori degli afghani più che occupare il territorio La scommessa di Obama
Barack Obama ha certo dormito agitato, dopo aver dato il via libera all'offensiva "Colpo di spada" contro i talebani. Primo, perché la soluzione di forza dei problemi non è la sua tattica preferita. Secondo perché non è tanto ingenuo da credere ciecamente nel successo di un'operazione militare in Afghanistan, un teatro di guerra che vede regolarmente sconfitti da secoli gli invasori di ogni razza e colore.
I suoi incubi si sono materializzati in poche ore, con la cattura di un soldato americano da parte dei talebani. Si tratta di un prigioniero di guerra, la cui liberazione può essere negoziata come normalmente avviene tra eserciti.
Ma la coincidenza con l'offensiva rende più complicata la trattativa. Il potenziale danno d'immagine e l'effetto sul morale delle truppe di un video stile al Zarqawi con protagonista un marine prigioniero, è immenso. E anche questo fattore la Casa Bianca sa valutarlo con precisione.
La scelta di attaccare i talebani ora, per riconquistare la provincia meridionale di Helmand, era tuttavia obbligata sia dal punto di vista militare sia da quello politico.
Attendere in una snervante guerriglia a bassa intensità il ritorno dell'inverno avrebbe favorito solo i talebani ed al Qaeda. E avrebbe comunicato la sensazione di un'America e di una Nato impantanate in Afghanistan senza una strategia e senza un obbiettivo, soprattutto politico.
Da ieri invece il dado è tratto e il profilo della presenza occidentale è chiaro, più leggibile anche per gli afghani. Ed è un profilo assai diverso da quello disegnato dall'amministrazione Bush.
Il nucleo centrale dell'operazione approvata da Obama è la conquista della popolazione civile: per questo i marines hanno come primo compito quello di entrare nei villaggi ed accamparsi nelle aree abitate. Spalla a spalla con la popolazione, specie con quei contadini che coltivano più del 40% dell'intera produzione mondiale di oppio e che rappresentano la maggiore fonte di finanziamento per i talebani.
I marines devono quindi proteggere dalla controffensiva talebana quella maggioranza di civili pashtun che (assicura l'intelligence civile e militare) sarebbero ostili agli integralisti islamici ma non osano dimostrarlo perché troppo esposti.
Del resto finora in tutta l'area occupata dai pashtun, l'immensa provincia di Helmand (quasi un terzo dell'Italia), i soldati britannici non sono riusciti a impedire le continue violenze dei talebani, tornati ormai a controllare direttamente e con pugno di ferro molti distretti.
La tattica americana è al tempo stesso antica e innovativa: invece dell'attacco aereo indiscriminato con i suoi inevitabili "danni collaterali", un più preciso lavoro a bassa quota "stile Vietnam", con gli elicotteri che bonificano il terreno e aprono la strada all'avanzata dei marines. Dietro di loro, il genio per costruire strade e scavare pozzi, e addirittura esperti di amministrazione civile per aiutare a organizzare e sviluppare le comunità locali. Agli afghani Obama vuole "vendere" sicurezza e benessere, sperando che basti per far loro preferire l'Occidente ai talebani.
È una scommessa rischiosa ma necessaria. Vincerla dipenderà, oltre che dall'efficienza dei marines e dall'esattezza dei piani redatti dall'intelligence, anche dal contributo degli alleati. Che finora però si sono mostrati assai tiepidi nel fornire più uomini e mezzi ai contingenti afghani. Anche per motivi economici, certo: l'Italia manderà altri 500 uomini e due Tornado, probabilmente fino a ottobre, per proteggere le elezioni afghane.
Di più, con i conti pubblici in allarme rosso, Roma non può dare.
Il dramma della Concordia e la barchetta
04-02-2012








