La festa dell’Indipendenza e l’offensiva in Afghanistan. E Obama va all’attacco
Oggi sarà il primo 4 luglio di Barack Hussein Obama alla Casa Bianca. E basterebbe già questo a rendere ancora più speciale del solito la data in cui, da 233 anni, gli americani celebrano solennemente il loro "Independence Day". Il primo a esserne consapevole è proprio lui, il presidente. Bastava guardargli i ricci della testa durante l'ultima intervista televisiva concessa prima del viaggio che, da lunedì, lo porterà prima a Mosca e quindi in Italia per partecipare al G8 dell'Aquila. Quanti fili bianchi, presidente! Tanti come le grane che continuano ad accumularsi implacabili sulla sua scrivania nello Studio Ovale.
In primo luogo, l'andamento della crisi che, nonostante i primi segnali di stabilizzazione, pare non volerne sapere di cominciare a rientrare come segnalano i dati sulla disoccupazione (la più alta da un quarto di secolo e ormai prossima sfondare la soglia critica del 10%). E poi l'Iran del "colpo di stato" alla rovescia e delle immutate ambizioni atomiche degli ayatollah. La sfida altrettanto inquietante della Corea del Nord, che proprio oggi potrebbe unirsi a modo suo ai festeggiamenti del 4 luglio sparando qualche altro missile a media gittata in direzione delle Hawai. La stessa Russia di Putin, che lo attende (sono parole dello stesso Obama) "con un piede nel vecchio modo di gestire le cose e uno nel nuovo".
Ma soprattutto, il presidente Usa ha il pensiero incollato a quanto sta accadendo in queste ore fra le distese semidesertiche dell'Afghanistan meridionale, dove i suoi "ragazzi" stanno combattendo una battaglia definita "infernale" dai loro stessi comandanti sul campo. Né poteva essere diversamente, visto che solo chi l'Afghanistan lo ha visto al massimo in Tv poteva illudersi che i talebani avrebbero detto ai marines del generale Nicholson: "Prego, accomodatevi!".
Tra l'altro, l'operazione "Colpo di spada" nella cruciale (anche perché lì si coltiva il 90% dell'oppio afghano) provincia di Helmand è stata preparata, stavolta, insieme al Pakistan che ha fatto sigillare dall'esercito la frontiera per tagliare la via della ritirata agli insorti. I quali, dunque, sono costretti al confronto con le unità scelte dei marines. Oppure, a cercare scampo verso la confinante provincia nord-occidentale di Farah. Dove ad attenderli, però, ci sono i parà della Folgore non a caso oggetto proprio ieri di un tentativo di attacco suicida risoltosi per fortuna solo con due feriti leggeri fra i nostri.
Insomma, in vista delle fondamentali elezioni presidenziali di agosto, in Afghanistan è di nuovo guerra aperta. Come, per altro, era ampiamente scontato che fosse. E se l'America può prendere finalmente atto di non essere più sola a combatterla (vedi l'altro blitz vittorioso condotto sempre ieri dai nostri nell'area di Kabul), non di meno le ombre che si addensano su questo 4 luglio paiono decisamente prevalere sulle luci. Per la ormai chiara soddisfazione di chi non vede l'ora di poter rinfacciare a Obama che la sua "mano tesa" all'Islam e al regime nordcoreano si è rivelata un fiasco solenne.
Tutta gente che non ha capito, o non vuole vedere, che invece in Iran i giochi non sono affatto chiusi. Che nel mondo islamico stanno maturando cose mai viste prima (come il clamoroso invito a visitare Damasco rivolto allo stesso presidente Usa da quello siriano Assad). Che il nuovo accordo quadro per la riduzione degli armamenti che sarà firmato lunedì fra Mosca e Washington rappresenta un successo evidente della strategia obamiana e, nel contempo, un modo per coinvolgere Putin nel pressing sia su Pyongyang che su Teheran.
D'altra parte, basterebbe conoscere la storia per sapere che, il 4 luglio 1776, venne solo firmata la Dichiarazione d'indipendenza americana dalla corona britannica. E che la guerra continuò fino al 1783. Sappiamo tutti come finì. E Barack Hussein Obama - vedi il suo ultimo e lapidario "L'America fermerà l'atomica iraniana!" - non ha la minima intenzione di essere ricordato come un presidente parolaio e, soprattutto, sconfitto. Anche se ciò dovesse costargli di ritrovarsi ben presto senza più un solo capello nero in testa.
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