Intercettazioni. Napolitano fa il punto sul ddl con Alfano
ROMA. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano chiama al Quirinale il ministro della Giustizia Angelino Alfano per fare il punto sul ddl intercettazioni. Il provvedimento non è ben visto dall'opposizione ed è contestato da magistrati e giornalisti che contro la riforma hanno indetto uno sciopero il 14 luglio.
Il capo dello Stato non avrebbe nascosto una certa preoccupazione per queste "accese tensioni". Puntando ad esercitare, nei limiti delle sue prerogative, una "moral suasion" nel tentativo di recuperare un confronto sereno e proficuo tra i poli in Parlamento. La materia è delicata, si sarebbe osservato, ed andrebbe affrontata con la calma e gli approfondimenti necessari. Il ddl, infatti, è all'esame della commissione Giustizia del Senato e martedì si concluderà la discussione generale.
Quindi nella stessa serata scadrà il termine per la presentazione degli emendamenti. Il Guardasigilli, secondo quanto si è appreso, avrebbe illustrato il testo punto per punto e lo avrebbe difeso ricordando che anche la relatrice del ddl, il presidente della commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno, in una sua recente intervista, lo definì "il migliore dei testi possibili". Il confronto tra Pdl e Lega, avrebbe assicurato Alfano, è stato serrato ed approfondito e il provvedimento conterrebbe ciò che era il programma di governo sul punto. In più, il ministro avrebbe ricordato il suo iter: varato dal Consiglio dei ministri un anno fa, sarebbe stato licenziato, dopo varie modifiche, dalla Camera con un voto di fiducia "a larga convergenza" nel senso che aveva ricevuto, 'complice' lo scrutinio segreto, anche 17 voti dall'opposizione.
Napolitano, che del ddl aveva già parlato mercoledì nel suo incontro con il presidente del Senato Renato Schifani, non avrebbe rinunciato ad invitare a cercare il dialogo sui punti che suscitano le maggiori perplessità. Tra i nodi da sciogliere uno in particolare preoccupa molto magistrati e centrosinistra: se la legge passasse così com'é, per intercettare ci dovrebbero essere "evidenti indizi di colpevolezza" e non più "gravi indizi di reato".
Il che, osservano anche le toghe antimafia, comporterà una compressione notevole delle indagini perché non basterà più che sia stato commesso un reato per indagare anche con gli ascolti telefonici. Ma si dovrà avere la certezza che a commettere il crimine sia stato Tizio e solo nei suoi confronti si potrà intercettare. Il che, avevano osservato, significa che non si potrà più indagare contro ignoti. E questo avrà delle conseguenze serie anche per le indagini antimafia, nonostante la maggioranza continui a parlare di "doppio binario", perché di solito si arriva a contestare un reato come l'associazione mafiosa solo dopo aver scoperto una rete di 'reati comuni' come possono essere quelli ambientali o l'estorsione.
Così anche nel centrodestra si starebbe facendo strada l'ipotesi di una modifica del ddl, magari "non sostanziale", ma che sia il segno di buona volontà e che possa spingere il centrosinistra a garantire, in cambio, una corsia preferenziale per far approvare il testo, comunque, in tempi rapidi. Accettare di fare un passo indietro soprattutto quando si è già chiesto un voto di fiducia, però, non è semplice.
Così se modifica dovrà essere potrebbe arrivare con un emendamento presentato da qualcuno della maggioranza. Comunque sembra che i ripensamenti non manchino soprattutto da parte dei parlamentari siciliani. Si comincerebbe a capire che la riforma potrebbe rivelarsi un boomerang: la sua norma transitoria, infatti, ne vieta l'applicazione alle indagini in corso al momento dell'entrata in vigore della legge. Così non solo non sarà un freno alle inchieste, ma da qui all'entrata in vigore del ddl, si moltiplicherebbero quelle nuove.
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