Cultura

Intervista a Jason Reitman. Un regista tra le nuvole per raccontare la disoccupazione negli Usa

18-10-2009

ROMA. Tra le nuvole come George Clooney. Così Jason Reitman immagina la fuga verso una destinazione sconosciuta.

Il figlio d'arte, regista della pellicola "Up in the Air", presentata al Festival internazionale del film di Roma, racconta la sua esperienza sul set con Clooney.

Ha reclutato 25 attori del film, con un annuncio su un giornale di Detroit. Adora la serie televisiva Mad man e s'ispira ai grandi registi del cinema indipendente degli anni '90.

Reitman, com'è stato dirigere sul set un attore come Clooney?

"Assolutamente facile. Lui sapeva perfettamente cosa fare per rendere credibile il suo personaggio. Io mi fido degli attori e credo molto in loro. Ho l'abilità di scegliere artisti con alcuni tratti simili al personaggio da interpretare".

Ha scritto questo genere di sceneggiatura, pensando alla grande crisi economica?

"In realtà no. Ho iniziato a scrivere il testo sei anni fa e la crisi è giunta solo verso la fine del mio lavoro. Ancora l'America era nel pieno del boom economico, ma dopo sono iniziati i problemi".

Lei è l'opposto del personaggio interpretato da Clooney, ha moglie e figlia, mentre lui è un solitario: sogna forse una vita da single?

"E' vero io non ho il genere di problematiche che ha George nel film, ma a volte, mi trovo in aeroporto e guardo la lista delle partenze e degli arrivi e mi chiedo come potrebbe essere atterrare in una città dove non conosco nessuno e non ho alcun rapporto. Trovo questo stimolante".

Tornerebbe a fare televisione?

"Solo in una serie televisiva, tipo quelle della Bbc, con un inizio ed una fine. Adoro Mad man".

Oltre a suo padre, Ivan Reitman, si ispira ad altri registi?

"Sì, a quelli del cinema indipendente anni '90, tipo Tarantino o Steven Soderbergh".

Sembra ispirarsi allo stile di alcuni scrittori europei, legge molti libri?

"Sì, ma come molti americani solo libri made in Usa, anzi per essere preciso solo made in north Usa".

Nel suo ultimo film "Up in the air" il finale non è ben definito: ha voluto lasciare, di proposito, l'incertezza sulla vita del personaggio?

"Preferisco lasciare la risposta al pubblico, con un punto interrogativo alla fine della storia".

Perché ha scelto degli attori esordienti, presi tra i disoccupati delle aziende americane?

"Io miro a far vedere l'onestà dei sentimenti. Ho messo degli annunci sui giornali di Detroit e St. Louis che sono le città maggiormente colpite dalla crisi, scrivendo che volevo girare un documentario per narrare le conseguenze emotive, in seguito alla perdita del lavoro. Tra tanti candidati, venticinque sono stati i prescelti. Così li ho ripresi facendogli riprovare l'esperienza del licenziamento, c'è chi ha pianto e chi ha reagito diversamente, ma tutto era reale".

Quali sono i suoi prossimi progetti?

"L'adattamento di un libro di Joys Maynard e sto lavorando su un altro film a NY".

Si tratta anche in questi casi di commedie?

"Non voglio essere classificato come un regista che si occupa solo di commedie. Mi piace coinvolgere il pubblico nelle esperienze emotive senza rimanere incasellato in un genere piuttosto che un altro".

 

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