Cultura

Beppe Voltarelli. Folk singer punk irriverente. Si esibirà l''11 novembre a New York

di Lorenza Cerbini

05-11-2009


NEW YORK. Ex giovanottino dagli ormoni ribelli, ex studente che tutto può fare ma studiare resta una possibilità remota, attore in eterna fase sperimentale, Peppe Voltarelli torna a New York per proporsi come cantautore calabrese, ironico e anche un po' arrabbiato, ideatore di una nuova italianità espressione - come dice lui - "del moderno emigrante viaggiatore".  Voltarelli ama definirsi un "folk-singer" con tendenze punk, ma nei fatti è un personaggio dalla poetica irriverente e dall'aspetto "kitch", avvolto in camicie rosso improbabile, indurito da baffi neri appendice di un naso grande quanto una vela. L'11 novembre Peppe sarà al Poisson Rouge (Bleecker Street), tappa di un tour "continentale". Non un giretto qualsiasi, ma un viaggio vero, attraverso le Americhe, del Nord e del Sud. Un tour su cui conta, per rinsaldare quella fetta di "notorietà" conquistata due anni orsono, interpretando se stesso in una pellicola diventata culto: "La vera leggenda di Tony Villar".

- Come sarà strutturato il concerto al Poisson Rouge?

"Beh, lo farò da solo. Cioè, voce, chitarra e... piedi. Canterò brani dal disco "Distratto ma però", realizzato nel maggio 2007 ed entrato nella rosa dei finalisti per la targa "Opere prime" del premio Tenco. Il disco sarà distribuito presto anche in Argentina. L'album è stato prodotto da Finaz della Bandabardò e vi ha collaborato anche Pau, il cantante dei Negrita con cui ho scritto il brano leader, "Italiani superstar"".

- Sul palco porterai due ospiti. Di chi si tratta, puoi svelarli?

"Del cantante canadese Marco Calliari e del grande Tony Villar, indimendicabile voce interprete del brano "Quando calienta el sol", che ho conosciuto nel 2006 quando stavo girando il film-documentario ispirato alla sua storia. Dopo gli anni di grande successo in Argentina, Tony era finito nell'anonimato del Bronx, dove lo abbiamo ritrovato insieme al regista Giuseppe Gagliardi. Lui mi ha guidato come un vero padrino artistico mi ha insegnato molte cose . Vilar sarà dunque il mio ospite d'onore".

- Selezionato dal Tribeca Film Festival edizione 2007, il film ha tolto pure Peppe Voltarelli dall'anonimato. Cosa è successo in questi ultimi due anni?

"Quella pellicola mi ha davvero portato tanta fortuna. Sta ancora girando per i festival internazionali. L'anno scorso è stata presentata in Canada a Calgary, poi in Irlanda, nella Repubblica Ceca, in Polonia, in Australia al festival italiano di Sydney ed è stata proposta dalla Rai e da Sky. Il film è diventato un prodotto di "culto". Adesso sarà proposto a San Diego e il 10 novembre sarà di nuovo proiettato a New York. Con Gagliardi, calabrese come me, abbiamo creato un prodotto che rappresenta una nuova onda espressiva, ironica e tagliente, sulla nostra terra e sull'emigrazione".

- Il tema dell'emigrazione è un filone che hai fatto tuo sul set come attore e sul palco come cantautore. Perchè ti sta così tanto a cuore?

"Perchè mi sento un emigrante e traspare che sono un calabrese incazzato perchè non posso vivere nella mia terra. Mi riconosco negli emigranti che ho conosciuto viaggiando per il mondo. Quello che definici un filone, è stato aperto con "Doichlanda", il primo film che ho realizzato con Gagliardi nel 2003. E' la storia di una band che suona nelle pizzerie calabresi in Germania, portandovi la musica dei calabresi moderni. Tra concerti e chiacchierate con i ristoratori, nasce uno spaccato di gente mai integrata. Gente in eterno confronto-conflitto: "noi-loro". Il film è stato accolto molto bene in Germania, tanto che l'Istituto Goethe lo ha preso come simbolo dell'emigrazione italiana. Ed è diventato un caso. Molti concetti poi, sono stati ripresi ne "La vera leggenda di Tony Vilar", dove ci siamo concentrati sui connazionali in Argentina".

- Canti in calabrese?

"Si, in italiano e calabrese. I miei concerti sono anche forme di protesta poetica, come se fossi un folk-singer sullo stile dei cantautori americani che trenta anni fa viaggiavano sui treni. Con delle differenze però. Non ho un approccio folk seduto, ma irruento: mescolo tarantella e punk. Non ho il supporto di un gruppo, ma lo show è basato su chitarra e voce".

- Il tuo sito www.peppevoltarelli.it lascia un po' perplessi. Scrivi che suoni la fisarmonica, la chitarra acustica ed elettrica, il pianoforte e pure il pianino Bontempi. Uno scherzo?

"Nessuno scherzo! Proprio il pianino che usano i bambini, quello con la tastiera colorata, sempre sotto l'albero di natale. Rappresenta un immaginario musicale che appartiene a tutti coloro che sono nati negli anni Settanta. Un oggetto mitico, che mi sono trascinato nella vita successiva, da adulto".

- Tra le stranezze, colpisce l'Emir, l'Ente musicisti italiani rilassati, che definisci "organo indipendente di autori e agitatori culturali". Si tratta di un nuovo gruppo anarchico?

"Assolutamente no. Questa cosa è nata per gioco negli anni Novanta, quando vivevo a Bologna. Mi ero trasferito in città per frequentare l'Università, il Dams. Venivo da una realtà piccola, al mio paese, Mirto, per conoscere gente bisognava andare a messa la domenica mattina. A Bologna ho trovato l'atmosfera e la trasgressione che sognavo. All'epoca imperversavano gruppi come i Cccp, con un'ideologia e un'iconografia da partito politico. Noi, giovani e inesperti studenti del sud, non avevamo ben chiaro come funzionasse un partito. Invece, conoscevamo perfettamente l'ente, struttura statalistica fortemente assistenziale. Così abbiamo creato l'Emir, un ente ironico e in controsenso fin nella sigla perchè un musicista non è mai rilassato".

- A Marzo sarete nei teatri italiani con "Medea" di Corrado Alvaro messa in scena dalla Compagnia Krypton. Quale il tuo rapporto con il teatro?

"Collaboro da diversi anni con i fratelli Cauteruccio in questo caso si tratta di una Medea moderna scritta negli Anni 50, legata al sud e alla Calabria stessa. Ho curato tutta la parte musicale con canti popolari e antiche ninne nanne. Il teatro è magico, per un cantante si tratta di una grande opportunità".

- E sei anche scrittore. "Raggia", un titolo insolito per il tuo libro...

"Si tratta di poesie in calabrese con traduzione a fronte in inglese, senza italiano. Il volume è uscito nel 2002 ed è diviso in capitoli: amore, odio, metereologia... Invece, da poco, ho pubblicato un libro di racconti intitolato "Non finito calabrese" (Del vecchio Editore), come lo stile architettonico che c'è da noi".

- Ma il non finito è una furbata?

"Eh sì. Dietro il non finito c'è tutto un mondo definito".

- Cosa è la rabbia per te?

"E' appunto la "raggia", un termine calabrese che ha un suono diverso da rabbia, esprime l'incazzatura irrecuperabile, come se si avesse per tutta la vita il sopracciglio piegato. E' un'energia compressa difficile da liberare, resta inchiodata. La raggia è un sentimento collettivo e condivisibile".

- Dove vivi oggi?

"Mi muovo tra Napoli e Berlino".

- E dopo il concerto di New York?

"Sto facendo un tour nord Americano che comprende Los Angeles, San Diego, Montreal e Toronto. Poi farò sosta a Buenos Aires e Città del Messico. Al ritorno in Italia, mi dedicherò al disco nuovo in uscita in primavera".

 

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