Dal Mondo

Copenaghen. Per gli ambientalisti Obama tradisce l'Europa

20-12-2009

COPENAGHEN. "Obama vergogna!", gridava la scorsa notte la nutrita pattuglia di ambientalisti che si è subito radunata, nel gelo della notte danese, davanti al Bella center quando era ormai chiaro che le ambizioni di un accordo alto sul clima erano svanite. E la colpa di questo mezzo fallimento è stata subito attribuita a lui, al presidente degli Stati Uniti che ha lanciato lo spot della "green economy" per trasformare la crisi economica in opportunità di ripresa. Proprio quel Barack Obama progressista e moderno che solo venerdì gli ambientalisti di mezzo mondo aspettavano a Copenaghen come il messia: era l'unico, si sussurrava, che poteva rianimare - quasi con la sua sola presenza corporea - quel vertice dell'Onu che stava agonizzando tra veti contrapposti. 'Shame' ('vergogna), si legge invece ora a Copenaghen sopra una foto del primo presidente nero degli Stati Uniti d'America.

Solo 12 ore è durata la missione lampo di Obama a Copenaghen, città ostica per il presidente.

Proprio qui poco più di due mesi fa Obama visse come ogni suo concittadino un altro tipo di 'vergogna': quella dell'esclusione della sua città, Chicago, dalle Olimpiadi del 2016. Furono assegnate dal Cio a Rio de Jainero. Ci volle tempo per riassorbire lo psicodramma nazionale che colpì la nazione che, insieme alla Cina, inquina di più nel mondo. Per Obama fu una debacle politica in patria.

Ieri invece è esattamente il contrario. L'accordo raggiunto a Copenaghen con Cina, India, Brasile e Sudafrica è stato ben apprezzato negli States. Un piccolo successo di 'realpolitik' che gli ha fornito quell'iniezione di consenso che tanto gli serve per affrontare con più slancio gli scogli della riforma sanitaria nazionale. Ma quell'accordo privato con la Cina, consumato quasi clandestinamente nelle pieghe di un affollatissimo vertice delle Nazioni Unite, gli è costato un crollo d'immagine in Europa. Il corteggiamento nei confronti dello scaltro premier cinese Wen Jiaping è stato insistente: fino al punto di spingere Obama ad avere con lui due colloqui in poche ore, fino ad indurlo ad andarlo a cercare mentre era in una riunione con i leader degli altri Grandi emergenti, cioé il presidente brasiliano Inacio Lula da Silva e il primo ministro indiano Mammohan Singh. E

cco cosa ha portato ad un divorzio emozionale con gli ambientalisti sparsi nei quattro angoli del pianeta, con le Ong che si battono nelle zone povere del mondo, con i cittadini dei minuscoli atolli sparsi negli oceani i cui rappresentanti, qui a Copenaghen, si sono battuti come leoni per la loro sopravvivenza.

Ed anche negli ambienti 'onusiani' non è piaciuta la strategia americana, questa sfacciata ricerca di sintonia, a due con la Cina o a quattro con India e Brasile: una politica parallela da quella delle Nazioni Unite, realizzata con una tempistica sbagliata e che per un pelo non ha portato ad un deragliamento traumatico di una trattativa che si è sviluppata lungo due anni faticosissimi e 14 giorni di durissimi negoziati nella capitale danese. Un bilancio in chiaro-scuro per Obama, hanno detto in molti a Copenaghen.

Il palinsesto di oggi