Analisi e commenti

Clima. Ma almeno l’indifferenza del passato è stata superata. Quando manca il realismo

Di Federico Guiglia

20-12-2009

Nessun vincolo, niente numeri associati a obiettivi da raggiungere, né alcuna indicazione di tempi per combattere le insidie ambientali del pianeta. Il lungo vertice di Copenhagen sul clima s'è concluso con un accordo insufficiente, trovato a fatica dopo giorni e giorni di trattative inconcludenti e, per certi versi, velleitarie. Perché velleitario s'è dimostrato l'intento, molto nobile ma poco pragmatico, di poter mettere insieme gli interessi dei Paesi industrializzati con quelli emergenti e, specialmente, con le ragioni delle nazioni in via di sviluppo o maggiormente minacciate dal surriscaldamento globale.

È vero -come ha detto il rappresentante e protagonista cinese-, che un lungo viaggio debba sempre avere una stazione di partenza all'origine. E la Danimarca, nonostante tutto, potrebbe essere un domani ricordata come il luogo d'inizio di un processo ancora da costruire ben oltre quest'impegno delle pure e semplici buone intenzioni. Ed è pur vero che la direzione di marcia -come facevano notare gli organizzatori della riunione internazionale, forse per consolarsi del modesto risultato-, potrebbe essere quella giusta.

Ma le attese, e soprattutto il dovere di intervenire con decisioni nette e chiare da parte dei governi del mondo, avevano caricato l'evento come un appuntamento di possibile o almeno auspicabile svolta.

Comunque, lo avevano descritto alla stregua di un summit del "non ritorno", nel senso che da lì in poi la politica globale avrebbe dovuto cambiare per sempre la sua agenda, elaborando una sintesi tra la vecchia e più consapevole Europa, il prorompente ma anarchico sviluppo della Cina e dell'India e la speranza che il nuovo presidente americano, Barack Obama, potesse cambiare l'atteggiamento di chiusura delle nazioni grandi (oltre che della propria grande nazione).

Invece, l'"intesa di facciata", com'è già stata battezzata, "l'accordo piccolo piccolo" non accontenta nessuno, o quasi. Traditi si sentono gli africani e i latino-americani, i quali speravano in una maggiore attenzione alle loro difficoltà.

Delusi si considerano gli europei, che più avanti s'erano spinti, e in modo unitario, sulla necessità di un "nuovo inizio" in tema ambientale. In mezzo al guado restano gli americani, i quali riconoscono che il compromesso firmato nella notte "non basta". Forse solo gli asiatici possono tirare un piccolo sospiro di sollievo, visto che l'intesa non costringe alcuna delle varie parti in causa a modificare le proprie abitudini.

Si poteva ottenere di più? Certo che sì. Ma per riuscirvi, probabilmente sarebbe stato necessario far valere una dose di realismo tra il diritto dei popoli a progredire e il dovere dei governi a salvaguardare l'ambiente. Una dose di realismo che, con ogni evidenza, a Copenhagen è mancata.

Intese generiche e scarsa condivisione nel profondo dei pericoli che incombono. Eppure, rispetto all'indifferenza del passato, almeno una novità c'è: da ieri il clima è uscito definitivamente dall'accademia dei grandi scienziati per entrare nel dibattito politico dei governi e dei Parlamenti. Non sarà la rivoluzione, ma è un cambio di marcia in attesa di un futuro migliore.

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