La città

Vino 2010. Nuova generazione leggera

Di Riccardo Chioni

06-02-2010

NEW YORK. La settimana del vino italiano organizzata dall'Ice tiene a battesimo produttori che s'affacciano al mercato statunitense con una specifica iniziativa dedicata ad aziende ancora non presenti denominata "Meet & Greet".Un'occasione d'incontro per le imprese italiane con gli operatori americani interessati a inserire nuovi vini nel loro portafoglio.

Fate largo, arrivano gli alfieri dei vini frutto italiani.

Sandro Tasoniero, titolare della piccola azienda familiare Sandro De Brunò, proviene dalla zona di Verona, con vitigni in alta collina e una produzione di nicchia di 180 mila bottiglie, ha fatto il battesimo alla manifestazione Vino 2010.

"È la prima volta che veniamo in America dove si vede tutto grande e quindi si pensa in grande. Poi, ci si rende conto che anche il mondo del vino diventa piccolo, selettivo e di nicchia. I nostri vini li abbiamo fatti per piacere agli americani, di uno stile sano e genuino, per gli amanti del vino, non per il consumatore quotidano".

È cambiato il gusto degli americani a tavola e anche il vino deve adeguarsi.

"Io li ritengo i vini del futuro, perché il mondo sta cambiando e se devo bere qualcosa per appagare dei sensi, bevo un prodotto della natura corretto. Cresceranno i consumi di vini importanti e ogni anno gli appassionati stanno aumentando".

L'azienda agricola Sandro De Brunò ha sede nell'area a nord del Soave e propone vini che in Italia variano tra i 4,50 e i 7 euro. "Sono prezzi molto onesti che in America diventano dai 20 a 30 dollari al negozio. Il consumo del vino in America è incentrato dai 15 ai 20 dollari. Noi siamo quasi al doppio, ma io dico sempre: bere poco, ma bene".

Quali sono le aspettative della sua azienda in un momento in cui la domanda al consumo è rallentata dalla crisi economica?

"Abbiamo trovato un importatore-produttore che ha la nostra stessa filosofia. Dopo avere degustato una trentina di vini, ha assaggiato il nostro ed è rimasto molto ben impressionato. Ha capito cosa stava assaggiando e abbiamo avviato un buon rapporto".

Quale è la prima impressione del produttore che s'affaccia al mercato americano?

"L'America è grande - sostiene Tasoniero -, è una nazione che si muove velocemente e quindi penso che l'America abbia bisogno di tradizionalità, di cose calde e genuine perché c'è la tendenza al ritorno alle cose sane".

Dopo l'approccio con la Grande Mela pensate di promuovere l'azienda anche nella West Coast?

"La California - prosegue Tasoniero - è produttrice e sono conoscenti di vino, che si vende bene dove già si ha familiarità. Una volta che riusciremo ad entrare nel mercato cercheremo di espanderci, prima però dobbiamo avere un importatore".

Alessandro Danese dell'azienda Corte Moschina con produzione propria di vini tipici della zona del Soave, sostiene di avere scoperto un mercato strano.

"Ci sono molti passaggi, è un mercato molto diverso e complesso rispetto alla nostra normalità italiana. Abbiamo avuto modo di incontrare molti importatori, ristoratori e dettaglianti. Sembra che ci sia una ripresa, in particolare per i prodotti di buona qualità. Noi che siamo qui per la prima volta - spiega Danese - abbiamo cercato di portare i prodotti che più ci rappresentano e abbiamo avuto buoni riscontri. Produciamo circa 2.500 ettolitri di vino e potremo arrivare a 500 mila bottiglie".

Gli americani si sono invaghiti dei vini italiani, ma chiedono un succo di Bacco più piacevole e anche più leggero rispetto a quelli del lontano passato. A Luca Maroni, la massima autorità italiana in tema di vini, America Oggi ha chiesto un commento sui nuovi arrivati.

"Gli americani chiedono vini più piacevoli, puntati più sul frutto ed è una tendenza irreversibile e inarrestabile. Il vino deve essere sempre più fruito con semplicità, con piacere e con meno pesantezza.

Devo dire che i produttori stanno interpretando in modo incredibile, si prestano molto a questa vulgata un po' meno licorosa del vino ed è anche importante osservare come manifestazioni come Vino 2010, con il connubio che spero duri nel tempo tra Ice, Buonitalia e ministero delle Politiche agricole tutti coesi, dà appunto l'opportunità al mercato di presentarsi con un ventaglio molto più ampio.

Non sono più i soliti nomi, ma sono i nuovi alfieri di vini fruttati italiani che io da anni valorizzo, perché - sottolinea Maroni - credo molto in questo futuro del vino e ho una impressione molto positiva della Settimana del vino a New York. Devo dire che per la prima volta mi sento abbastanza fiero di essere italiano, perché abbiamo la dimostrazione di poter fare le cose perbene".

Allora quali saranno i vini del futuro per la nuova generazione di americani?

"Sicuramente i vini che vanno per il futuro sono quelli puntati sul profumo ed è una tendenza globale. Negli Stati Uniti si stanno liberando da questa egemonia culturale-dogmatica inserita da Parker che ha sempre professato dei vini catramosi. Ecco, questo modello organolettico è fallito, ha messo in gravi difficoltà i produttori perché il palato delle persone che vanno a cena al ristorante non sono dei body builder, quindi bisogna accarezzare con il vino e la crisi del modello Parker apre la strada a vini invece puntati sul frutto, su una consistenza magari non così importante, ma molto equilibrati e molto puliti".