Mafia. Secondo Massimo Ciancimino"Forza Italia fu il frutto di una trattativa". "Quando mio padre scrisse a Silvio"
PALERMO. Vito Ciancimino pensava da politico e, preoccupato del calo di consensi subìto nel '92 dal suo partito, la Dc, sognava la nascita di un grande movimento in grado di ereditare l'enorme patrimonio elettorale democristiano in cui, per anni, erano confluiti pure i voti della mafia.
Un'ambizione che il vecchio sindaco del sacco edilizio di Palermo avrebbe messo sul piatto della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia e che avrebbe avuto nella costituzione di Forza Italia la sua concretizzazione. A bassa voce, come spesso accade quando si toccano certi argomenti, Massimo Ciancimino, figlio dell'ex politico corleonese, teste al processo al generale dell'Arma Mario Mori, racconta la "sua" verità sulla genesi del partito di Silvio Berlusconi e definisce Forza Italia "il frutto della trattativa tra Stato e mafia". "Quelle di Ciancimino sono falsità destituite di ogni fondamento e prive di ogni dignità logica", commenta il legale del premier, l'avvocato Nicolò Ghedini.
"Forza Italia non ha mai avuto collegamenti con la mafia", replica il Guardasigilli Angelino Alfano, che denuncia un tentativo di "delegittimazione dell'azione del Governo sempre in prima linea nella lotta a Cosa nostra".
Ancora una volta, dunque, il nome del premier viene fuori al processo al generale Mori, uno dei presunti protagonisti del dialogo che per anni pezzi dello Stato avrebbero avuto con i clan. Anche oggi, come alla scorsa udienza, lo spunto è in uno dei pizzini che il boss Bernardo Provenzano, nel 1994, avrebbe scritto a Marcello Dell'Utri, all'epoca deputato, e avrebbe inviato "per conoscenza" a Silvio Berlusconi. Il documento per anni sarebbe rimasto chiuso in una cassaforte che i carabinieri non avrebbero mai aperto nonostante avessero perquisito la casa di Massimo Ciancimino nel 2005.
Nel bigliettino, che il teste ebbe da personaggi vicini al boss e che fece leggere al padre, il capomafia corleonese parla di un piano per intimidire Berlusconi, forse il rapimento del figlio. "Intendo portare il mio contributo - si legge nel pizzino - che non sarà di poco conto perché questo triste evento non si verifichi (si allude al sequestro ndr). Sono convinto che Berlusconi potrà mettere a disposizione le sue reti televisive".
"Mio padre - ha spiegato il testimone - mi disse che questo documento, insieme all'immunità di cui aveva goduto Provenzano e alla mancata perquisizione del covo di Riina era il frutto di un'unica trattativa che andava avanti da anni. Con quel messaggio Provenzano voleva richiamare il partito di Forza Italia, nato grazie alla trattativa, a tornare sui suoi passi e a non scordarsi che lo stesso Berlusconi era frutto dell'accordo".
Insomma, il capomafia a un certo punto avrebbe presentato il conto al politico che da lui sarebbe stato favorito e, per ricordargli gli impegni presi, avrebbe minacciato l'intenzione di fare del male al figlio.
Don Vito, a cui il testo del messaggio sarebbe stato letto da Massimo - nel frattempo l'ex sindaco venne arrestato - avrebbe condiviso l'intenzione del padrino, ma avrebbe optato per metodi più soft. La prova sarebbe in un altro manoscritto, stavolta a firma dell'ex sindaco, consegnato dal testimone oggi e finito agli atti del processo Mori.
Il testo per una parte è identico a quello scritto da Provenzano, alla fine, però, don Vito fa una correzione "minacciando - spiega il teste - di fare rivelazioni sulla genesi di Forza Italia qualora certe promesse non fossero state mantenute".
Ciancimino jr non specifica a quali patti violati o ancora non rispettati il padre alludesse. Alla scorsa udienza, però, parlando del ruolo che Marcello Dell'Utri avrebbe a un certo punto avuto nella trattativa, aveva fatto cenno ad un'amnistia per i detenuti mafiosi e alla tutela del patrimonio di famiglia" come alle cose che stavano più a cuore al padre.
Quello di ieri dunque è in un certo senso l'atto conclusivo del lungo racconto di anni di dialogo tra Stato e mafia fatto dal figlio di Don Vito. Un racconto che vede, nell'ombra, sempre la presenza dei Servizi Segreti, a conoscenza di ogni passaggio della trattativa, un racconto in cui cambiano i protagonisti e al posto del sanguinario Totò Riina subentra Provenzano, lo stratega della sommersione. E che vede mutare anche i referenti politici con Ciancimino scalzato da Marcello Dell'Utri. Perché Massimo Ciancimino a conoscenza di tutto dal 1992 parla solo ora? Glielo chiede, al termine dell'esame, il pm Nino Di Matteo.
È la domanda che si fanno in molti. "Nessuna ambizione a riavere i soldi che mi hanno sequestrato - risponde il teste - Solo che, dopo l'indagine per riciclaggio in cui sono stato coinvolto mi sono stancato di pagare da solo". E allora la collaborazione con i pm: "nonostante le minacce subite, l'invito dei Servizi e dei carabinieri a non parlare della trattativa, a non fare il nome del premier, a fare sparire i documenti scottanti contenuti in una cassaforte", secondo i pm che stanno indagando anche su questo, volutamente mai aperta. Una spiegazione che non convince il legale di Mori, l'avvocato Piero Milio. "Tutte menzogne", dice preparandosi ad affrontare Ciancimino jr nel controesame del 5 marzo.












