Analisi e commenti

Lettera a me stesso. Omaggio a un eroe involontario

Di Enzo Trantino*

08-03-2010

Enzo,

Pietro Antonio Colazzo era una persona utile a tutti noi che non ne conoscevamo l'esistenza. Uomo dei "servizi" non aveva volto e nome noti, per inevitabile esigenza di ruolo.

Durante un assalto di miliziani afgani, nei pressi di Kabul, ha avuto la fredda lucidità di fornire, in brevissimo tempo, col suo "cellulare" di servizio, notizie preziose per il contrattacco delle forze armate regolari, affiancate dalle armi internazionali.

Non era un rischio, ma una certezza, l'esposizione della propria vita; così come certezza è stata avere salvato, dato il pronto intervento militare in azione di contrattacco, tante vite, anche di soldati italiani in missione.

Non riuscì a salvare la propria vita: come già sapeva.

L'esistenza di questi uomini straordinari emerge solo in casi di drammatica emergenza: come avvenne per Fabrizio Quattrocchi, che dimostrò al mondo come sa morire un italiano.

Mi chiederai: dov'è la notizia, se sono fatti noti?

E' il commento del fatto che mi induce a una pubblica riflessione.

Muoiono in piedi, generosi e surreali, in un paese reale, che non sa offrire più modelli alle nuove generazioni in cerca di mito.

Colazzo non era nelle collezioni delle "figurine Panini" dei noti o dei notori; non si drogava, non saccheggiava il pubblico danaro, non faceva carte false più provvide delle vere a fini d'illecito, non era stato sorpreso a baciare uomini in pubblico, non si era candidato per l'isola dei famosi, perché (per farla breve) "famoso" non poteva essere.

Scontava, felice per giuramento, in silenzio, la orgogliosa normalità di eroe involontario, nato, come tutti, per vivere, pronto, come pochi, a morire per il dovere (termine arcaico in fase di sbianchettatura dal lessico ordinario).

Il suo nome ora corre due pericoli: la legge dell'oblio (per Quattrocchi, medaglia d'oro del Presidente della Repubblica, non è stata consentita l'intitolazione di una strada: logica corrente) e l'apertura di un fascicolo giudiziario (Quattrocchi ebbe questo oltraggio, anche se l'istruttoria venne rivolta e proseguita contro i suoi compagni di coraggio, sprezzanti d'ogni pericolo).

Oggi piace poco il volto pulito; non piace affatto il santino dell'eroe. A proposito è stato scritto: "Da noi infangare gli atti di eccezionale valore personale è una moda permanente, forse il riflesso di un atteggiamento di deprecazione autolesionista. Quattrocchi è morto inneggiando la patria, Colazzo per difenderla dalla insidia globale del terrorismo".

E' una scultura verbale condivisibile, perfetta, tranne in una lettura minuscola: "patria". Noi, tu ed io, lo scriviamo in maiuscolo. Tanto si pronuncia allo stesso modo, non c'è spreco di fiato.

Patria, per noi, ha la stessa radice che insegnò il maestro De Marsico: "padre", "pane" "pascolo", il sangue, la vita, la terra.

E non siamo provinciali emotivi (e anche se fosse, chi se ne frega dell'udito permaloso dei sordi di cuore!), se nel villaggio globale, negli USA, capitale del mondo, a ogni famiglia corrisponde una bandiera; se, quando torna in bara un soldato caduto, ai parenti viene consegnato il drappo a stelle e strisce piegato, come se alla vita fosse stato impedito di vivere la sfida dell'aria, del vento....

"God bless America" è la preghiera per onorare la casa, le case, la Nazione.

Noi abbiamo avvelenato le nostre radici. Quando Carlo Delcroix, un giovane tenete che alla Patria aveva offerto gli occhi e le braccia, i vent'anni e i sogni connessi, ammoniva che la bandiera per un popolo vero "non è il drappo e l'asta, ma la mano che la fa garrire", si consegnava profeta.

Ora drappo e asta sono realtà.. merceologica, come ieri. Ma le "mani" sono le stesse?

Forse sì, se non si negano all'appello le mani pulite delle nuove generazioni, di quelli che ancora si commuovono e cantano l'inno.

E se apparirà retorica, torno alla prosa di un giornale ("Il foglio") che ne è la negazione: "In fondo la retorica della difesa della Patria è sempre meglio di quella sua sistematica denigrazione". Lapide dedicata ai retori dell'antiretorica, ai supponenti portatori di vuoto.

Agli otri verticali, per capirci.

Enzo

(enzo.trantino@alice.it)

*Catanese, avvocato e deputato al Parlamento per nove Legislature