L'opposizione oggi in piazza
Alla vigilia di una giornata che si annuncia calda, con le opposizioni in piazza ed il Consiglio di Stato riunito per decidere ammissioni ed esclusioni per le regionali, ad entrare nel frullatore delle polemiche è l'Autorità garante per le comunicazioni, ossia un ente che, per sua natura, dovrebbe servire proprio a sottrarre la gestione delle regole dell'informazione allo scontro politico.
Ora, la sospensione del regolamento sulla par condicio riapre la partita sull'informazione in televisione; ma sono soprattutto le notizie sulle intercettazioni che riguardano i rapporti fra Silvio Berlusconi, il commissario Giancarlo Innocenzi e il direttore del Tg1, Augusto Minzolini ad agitare gli animi e dominare la scena. E, in entrambi i casi, si tratta di quei programmi, già definiti "pollai" da Berlusconi, di cui ora si chiede la riapertura in campagna elettorale.
Al di là del copione che si ripete fedele in queste occasioni, con le opposizioni che attaccano Berlusconi e la maggioranza che risponde protestando contro quello che considera un abuso delle intercettazioni ed un'intrusione giudiziaria nella campagna elettorale, il fatto che la vicenda sia diventata nota alla vigilia della manifestazione contro il decreto salva liste pone una sorta di ipoteca sulla piazza.
Se infatti il Pd si era sforzato di dare alla protesta un taglio diverso, meno anti-berlusconiano e più di critica alla politica complessiva del governo, ora l'umore in Piazza del Popolo potrebbe essere più vicino ai toni dipietristi, quelli (pronosticati dallo stesso Berlusconi, che prevede una manifestazione "boomerang" per chi l'ha organizzata) di chi cerca la "spallata", contro un "dittatorello" ormai giunto al "crepuscolo", come lo stesso Di Pietro va dicendo in queste ore; mentre invece Bersani, che pure non lesina critiche al governo, rifiuta per ora di commentare la vicenda dell'inchiesta di Trani, in attesa di capire meglio di cosa si tratti.
Fra il Pd di Bersani e l'Idv di Di Pietro restano quindi una diversità di approccio e di stile, anche nel momento della comune opposizione al governo e del comune impegno per la campagna elettorale. Se l'Idv resta il partito che usa i toni più forti, il Pd di Bersani vuole arrivare ad essere il garante di un fronte ampio, in cui ci sia posto sia per Di Pietro che per altri che domani non saranno in piazza (come gli elettori dell'Udc).
In piazza, si sa, i toni più alti sono quelli che funzionano meglio; e questo potrebbe dare oggi un certo vantaggio a Di Pietro, che promette di andare all'attacco a testa bassa contro Berlusconi ed infiammare così la piazza. Ma Bersani, come da scaletta, avrà il vantaggio di parlare per ultimo, E se è prevedibile che non farà sconti a Berlusconi, è facile immaginare che, da segretario del maggior partito di opposizione, cercherà di evitare lo schiacciamento sulle posizioni più estremiste, quelle che preoccupano, ad esempio, Enrico Letta e Marco Follini, per andare avanti con la politica del tenere assieme lo schieramento più ampio possibile, anche a costo di qualche concessione e di qualche contraddizione.
In fondo, se i sondaggi dicono che la partita per le regionali potrebbe chiudersi con una vittoria delle opposizioni, lo si deve anche a questa strategia, che ha prodotto alleanze non omogenee e forse non sempre coerenti (come dimostrano gli accordi con l'Udc in alcune regioni e con i radicali in altre), ma che ha come risultato quello, secondo il sondaggio pubblicato dal Corriere della Sera, di vedere i candidati sostenuti dal Pd dati per vincenti in sei regioni e in corsa in altre quattro.
Se questa tendenza fosse confermata dal voto, e se quindi il Pd potesse vantare alla fine la vittoria in un numero di regioni più alto, sarebbe difficile negare la sconfitta per Berlusconi. Dopo che il presidente del Consiglio ha scelto di dare a questo voto un significato politico, chiedendo cioé quel forte consenso popolare che alle europee è stato sostanzialmente fallito, un eventuale successo delle opposizioni, pur se ancora divise e spesso incompatibili fra di loro sul piano nazionale, sarebbe un segnale politico da non ignorare.
Ma, ancor più che per Berlusconi e per il suo governo, il brutto segnale sarebbe per il Pdl; il partito annunciato dal predellino di piazza san Babila, poco più di due anni da, era infatti nato con l'ambizione di essere una forza capace di collocarsi attorno al 40 per cento dei consensi; ma se il partito fallisse questa prova, dopo le critiche di Fini potrebbe arrivare anche la delusione di Berlusconi.








