Dagli USA

Pedofilia. L'arcivescovo Cummins sull'estromissione dell'ex prete pedofilo Stephen Kiesle. “Wojtyla rallentò le cose”

10-04-2010

NEW YORK.  Papa Wojtyla aveva rallentato le cose e ci vollero anni per mettere fuori dalla Chiesa l'ex prete pedofilo Stephen Kiesle: ne è convinto l'ex arcivescovo di Oakland John Cummins e l'ipotesi trova riscontro in ambienti vaticani.

Preoccupato per il fuggi fuggi di preti dalle parrocchie dopo il Concilio, Giovanni Paolo II ordinò di frenare le richieste di chi voleva essere ridotto allo stato laicale, legando in questo modo le mani al cardinale Joseph Ratzinger che nei primi anni Ottanta era stato investito della vicenda. Erano tempi diversi, "le cose nell'ultimo quarto di secolo sono cambiate", ha detto Cummins, che nel 1981 cominciò il pressing sulla Congregazione per la Dottrina della Fede perché a Kielse, già condannato una volta per molestie su due bambini in canonica, venisse tolta la tonaca. "Quando Ratzinger si insediò alla Congregazione seguì la pratica del tempo. Giovanni Paolo II aveva rallentato le cose. Allora non te ne potevi andar via dal clero di punto in bianco", ha detto Cummins. Il caso Kiesle, con una lettera del 1985 a firma Ratzinger in cui si suggeriva prudenza prima di 'spretare' il sacerdote molestatore, è tornato alla ribalta grazie all'Ap con il suo lurido epilogo: il 'Pifferaio Magico' della diocesi di Oakland, che nel 2002 fu addirittura sospettato di aver rapito e ucciso una bambina, nel 2004 finì in galera per sei anni per nuove molestie su una minorenne.

La diocesi di Oakland ha pagato milioni di dollari di risarcimenti alle vittime del prete. Dalla prima richiesta di Cummins ci vollero sette anni per riportare il sacerdote allo stato di laico. Un tempo eccessivo, secondo gli avvocati delle vittime delle molestie del clero, a cui ha replicato il legale del Vaticano Jeffrey Lena: parlando di giudizi 'incauti'' da parte dei media, Lena ha spiegato che Ratzinger era stato investito di una causa di laicizzazione, non per abusi sessuali: si mosse "rapidamente" per gli standard dell'epoca.

Lo 'scoop' dell'Ap sulla lettera di Ratzinger ha provocato scosse di assestamento nel mondo cattolico. Negli Usa Thomas Fox, direttore della rivista National Catholic Reporter, ha chiesto "azioni forti da parte della Chiesa" preannunciando per lunedì la seconda puntata dell'inchiesta sull'ordine dei Legionari di Cristo; l'indagine giornalistica già la scorsa settimana ha puntato i riflettori sulle protezioni di cui godeva il fondatore, padre Marcial Maciel Degollado (uomo con doppia vita e colpevole di pedofilia), in Curia e in particolare presso il cardinale ed ex segretario di Stato Angelo Sodano e presso il segretario di Giovanni Paolo II, cardinale Stanislaw Dziwisz. I Cavalieri di Colombo hanno lanciato una novena di preghiera per il Papa "in questo momento di considerevoli sfide", mentre in Italia il cardinale Severino Poletto ha osservato che "é disonesto non dire anche bene della Chiesà, e, da parte sua, il cardinale Angelo Comastri ha difeso Benedetto: "E' atroce gettare del fango su tutti": facendo di 'tutt'erba un fascio" il rischio è che si finisca per dire "pedofilo uguale prete".

Ed è anche intervenuto il ministro degli esteri italiano Franco Frattini: contro il Papa - ha detto - continua "una vera e propria campagna di violenza e di fango che sembra aver poco a che fare con la ricerca della verità".

Intanto lo scandalo dilaga, dagli Stati Uniti alla Germania (dieci nuove denunce nel collegio gesuita Canisius di Berlino), da Malta (di nuovo al centro delle accuse l'Istituto San Giuseppe di Santa Venera) alla Gran Bretagna.

Secondo il Times il capo della chiesa cattolica d'Inghilterra e Galles, l'arcivescovo di Westminster Vincent Nichols, è stato responsabile di un sistema per la protezione dei minori che ha permesso ad un prete pedofilo di continuare a commettere abusi nonostante ripetute segnalazioni da parte delle vittime.

 

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