Analisi e commenti

Riforme/L'ultima occasione per modernizzare l'Italia. L'attimo fuggente

Di Federico Guiglia

10-04-2010

La prima riforma è quella istituzionale", ha detto Silvio Berlusconi davanti alla platea degli industriali, che a loro volta hanno sollecitato "impegni precisi con tempi precisi" per rilanciare l'economia. Ma se il presidente del Consiglio avesse avuto un pubblico diverso davanti a sé, altre ancora sarebbero state le richieste di cambiamento. Magari una nuova previdenza, forse la revisione del sistema sanitario e assistenziale, di sicuro un fisco e una giustizia più equi ed efficienti (temi non a caso evocati da Berlusconi e dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, in ogni sede).

La novità è proprio questa, ora che per il governo e per il Parlamento si profilano tre anni di lavoro senza più elezioni di mezzo: tutti chiedono, anzi, esigono revisioni strutturali. Tutti finalmente s'accorgono che, per modernizzare l'Italia, bisogna cogliere l'attimo fuggente. Ora o mai più, è la sfida a cui la maggioranza e l'opposizione non possono sottrarsi, se vogliono avere un ruolo da classe dirigente, superando i conflitti e i pregiudizi di sempre. Il gioco delle parti è finito con la campagna delle regionali e gli ultimi ballottaggi di oggi. Adesso arriva il momento di realizzare riforme anche impopolari, ma necessarie, recuperando anni di ritardi e di parole al vento. Ventisette anni di soli dibattiti bicamerali, dalla prima commissione-Bozzi (novembre 1983!).

Per questo oggi ha poco senso stabilire che cosa venga "prima", se l'elezione diretta del capo dello Stato, o la scure sulle spese improduttive. O gli investimenti per la ricerca e l'innovazione. Oppure, ancora, il federalismo fiscale. Tutto, in realtà, "si tiene". Anche perché sulle principali richieste economiche e istituzionali, il punto di vista dei cittadini ormai coincide largamente con gli annunci della politica. E perciò basterebbe che il governo e l'opposizione passassero ai fatti e agli atti parlamentari, per dare al Paese quella scossa indispensabile per crescere del 2 per cento all'anno, secondo i calcoli di Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria.

Resta da capire, chi potrebbe fare da garante alle molte e varie parti in causa, cioè chi meglio potrebbe agevolare il confronto tra Berlusconi e Bersani, tra industriali e sindacati, fra economisti e banchieri, insomma tra tutti gli attori chiamati a essere protagonisti del nuovo corso. Il ministro delle Riforme, Bossi? Ne avrebbe il ruolo, ma gli manca il consenso politico dell'intera opposizione (oltre che di una parte importante del Paese). Allora il presidente della Camera, Fini? Troppi i suoi distinguo da Berlusconi, mentre il presidente del Senato, Schifani, sconta la percezione opposta: troppo vicino al presidente del Consiglio.

A ben guardare, c'è solo una figura che goda di una considerazione trasversale: il presidente della Repubblica, Napolitano. Anche chi non l'ha votato, come la Lega, oggi ne elogia l'azione. Se andiamo verso una Repubblica comunque presidenziale, tanto vale cominciare dal presidente che già abbiamo: riforme economiche e costituzionali con l'"aiutino" di Napolitano, l'unico garante che tutti riconoscono e si riconoscono.

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