Dall'Italia

Sasso di Barbato

Portella della Ginestra. L’emigrato Lorenzo Romano racconta: “Vittime innocenti, ancora senza giustizia”

02-05-2010

Presidente: Che ne sapevi tu del primo maggio?
Castrenze Ricotta (14 anni): Era una bella festa.
Presidente: Hai visto che cosa capita ad andare alle feste?
(Esergo del saggio "Storia della Segreta della Sicilia di Giuseppe Casarrubea, Bompiani 2005. Tratto dall'interrogatorio di un teste alla Corte di Assise di Viterbo sulla strage di Portella della Ginestra)




NELL'ARIA risuonavano alte le risate dei bambini. Le donne avevano con sé i canestrini con la merenda; gli uomini, che per un giorno avevano deposto zappe e falci, si stringevano le mani callose. Tutti i contadini dei paeselli vicini erano lì, a Portella della Ginestra, per la festa del lavoro; si erano riuniti attorno al "sasso di Barbato", la pietra su cui il comiziante saliva per la tradizionale arringa. Il Blocco del Popolo aveva ottenuto uno straordinario successo elettorale, c'era da brindare con un bicchiere di vino forte. D'un tratto l'aria vibrò. Uno sparo, poi un altro. Una raffica impazzita. In dodici caddero sotto i colpi di un manipolo di banditi, appostati sulla collinetta. Era il primo maggio del 1947.
Ogni volta che torna a Palermo, Lorenzo Romano intreccia una ghirlanda di fiori con le sue mani e la depone dinanzi alle lapidi di Portella della Ginestra. "Sa, ho imparato ad amare quei nomi incisi nella pietra. Li sento fratelli, sorelle. È una sensazione difficile da spiegare". Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna (18 anni), Giovanni Grifò (12 anni), Vincenza La Fata (8 anni), Giuseppe Di Maggio (7 anni), Filippo Di Salvo, Francesco Vicari, Castrenze Intravaia (18 anni), Serafino Lascari (15 anni), Vito Allotta (19 anni). Sono lucidi gli occhi di quest'uomo, mentre con la voce rotta dall'emozione sfoglia le foto della "sua" Portella.
Una pagina della storia d'Italia, questa, densa di ombre e misteri. A colpire quella folla inerme di contadini, di donne e bambini, fu la banda del brigante Salvatore Giuliano, figura leggendaria del dopoguerra. Complessa, tuttora, resta la ricostruzione della vicenda. A partire dai mandanti. Le indagini, poi, furono superficiali e frettolose. Dopo il massacro, il ministro degli interni Mario Scelba si affrettò ad escludere ogni sospetto di "movente politico", classificando subito l'accaduto come un "fatto di delinquenza". Eppure numerosi studiosi non esitano a definirla una vera e propria "strage di stato", un'intricata vicenda internazionale, volta a scongiurare il pericolo di un'ulteriore avanzata del comunismo in Italia.  
Tra gli attori lo stato italiano, il Vaticano e la CIA. Lo storico siciliano Giuseppe Casarrubea ha addirittura consultato gli archivi del Dipartimento di Stato e dei Servizi Segreti americani, documentando il diretto coinvolgimento degli Stati Uniti nella vicenda. "Nessuno ha mai ammesso chiaramente le sue responsabilità" dice Romano, che all'epoca dei fatti aveva sei anni.
Lorenzo è nato a Borgetto, in provincia di Palermo, nel 1941. Nel 1969 iniziò la sua nuova vita negli Stati Uniti. Qui sposò Caterina, una splendida donna dai capelli rossi e fluenti, che gli ha dato tre figli: Salvatore, Franco e Giuseppe. Oggi Lorenzo vive a Whitestone, in Queens. Egli racchiude in sé i caratteri dell'indomito orgoglio siculo. "Mi sono sempre battuto contro le ingiustizie - racconta - sin da quando ero poco più di un ragazzino. Ero un attivista della Coldiretti in Sicilia. Facevo parte dei gruppi giovanili delle 3P: provare, produrre, progredire. Ho sempre avvertito una forte repulsione contro ogni genere di sopruso".
Ed ecco che dalle pieghe della memoria emergono ricordi ed emozioni. Racconta la sua infanzia, in una terra aspra e bellissima. La Sicilia del secondo dopoguerra, tra povertà e splendore. Ricorda i pomeriggi della sua infanzia, i giochi con i compagni: "Dopo pranzo correvo subito nella piazzetta del paese. Lì c'erano tutti i miei amici di scuola. Tanti di loro erano così poveri da non aver neppure un tozzo di pane. Allora mi guardavano e mi chiedevano di andare a casa mia a recuperare qualcosa. Io filavo da mia madre e le dicevo: "Mamma, ho ancora fame". Lei, che aveva capito tutto, mi sorrideva e tagliava una grossa fetta di pane su cui spargeva un filo d'olio. E allora, tutto contento, tornavo dai miei amici". Il pane più buono e gustoso che Lorenzo abbia mai assaggiato.  
"La fame è sempre stato il problema principale, l'elemento sul quale i potenti hanno fatto leva per assoggettare, per asservire la nostra terra. I contadini volevano solo che le loro fatiche fossero ripagate, volevano che i loro figli andassero a scuola, volevano un po' di dignità. Chiedevano pane, gli hanno dato piombo. Quello dei colpi di Giuliano".
Il nome del bandito circolava in famiglia con tremore e rispetto. La casa del nonno, difatti, era un "covo", ovvero una sorta di ricovero in cui i briganti andavano a riposare e a rifocillasi di nascosto. Un luogo sicuro in cui trovare cibo, asilo e copertura. "Un giorno - racconta Romano - i carabinieri fecero una retata. Arrestarono due miei zii, all'epoca giovanissimi. Furono torturati e minacciati, ma non rivelarono nulla". Le forze dell'ordine, secondo Romano, erano in realtà conniventi, i rastrellamenti una copertura. "Lo stesso Giuliano - continua - fu manovrato e manipolato dai poteri forti. Gli promisero riforme e benessere per il suo popolo, ma fu solo un inganno". Lorenzo continua a narrare le sue storie. Racconti di braccianti derubati e sfruttati, di donne e uomini privati della loro dignità.
"Dobbiamo ricordare chi ha versato il suo sangue per il riscatto della nostra terra. Non è giusto che cali il silenzio, ancora una volta". Ed ecco che oggi, primo maggio, richiamiamo alla memoria insieme a lui le vittime di Portella della Ginestra. Vittime innocenti, senza carnefice.


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