Dal Mondo

Israele palestinesi. Al via i negoziati indiretti

09-05-2010

AVIV/RAMALLAH. Che possano partorire un risultato per ora non lo crede quasi nessuno. Ma dopo mesi di stallo, decine di andirivieni dell'emissario George Mitchell e una falsa partenza, l'amministrazione Usa di Barack Obama ha potuto mettere a segno ieri in Medio Oriente un primo punticino: con la luce verde ai negoziati indiretti (o proximity talks) cui da ieri sera sono affidate le (poche) speranze di rianimare il processo di pace israelo-palestinese.

Il via libera definitivo, dopo quello d'Israele, è arrivato dall'Olp, storico organismo di riferimento della causa palestinese dominato dai laici di al-Fatah: il partito del presidente moderato dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Abu Mazen (Mahmud Abbas).

E significa che già dalla settimana prossima il premier israeliano, Benyamin ‘Bibi' Netan-yahu, e lo stesso Abu Mazen potranno tornare a parlarsi, affiancati da team ristretti di negoziatori, seppure senza guardarsi in faccia: comunicando attraverso Mitchell, che continuerà a fare la navetta fra Gerusalemme, Ramallah e gli Stati Uniti. La scadenza che le parti si sono date per provare a cavare un ragno dal buco é fissata in non più di 4 mesi. Nondimeno, il dipartimento di Stato si è affrettato a salutare la svolta come "un importante passo avanti".

Per il momento si tratta dell'unico "formato appropriato per riprendere le trattative in modo realistico e serio", ha ridimensionato le cose Yasser Abed Rabbo, uno dei consiglieri più vicini ad Abu Mazen, rivolgendosi ai giornalisti a Ramallah dopo la riunione odierna dell'Olp. Riunione conclusasi con un voto "a larga maggioranza", ma pur sempre a maggioranza, per l'opposizione della frangia vetero-marxista.

E che del resto non cancella i toni di pessimismo su entrambi i lati della barricata, né la sfiducia e i sospetti reciproci.

Il sì, ha puntualizzato Rabbo, si basa solo "sulle garanzie offerte dagli Usa alla leadership palestinese".

Un modo come un altro per dire che lo sforzo americano - già assecondato dal placet della Lega Araba, e condannato viceversa dalla Striscia di Gaza dallo scontato anatema degli islamico radicali di Hamas - meritava una chance. Ma che tutto dipenderà ora dalle capacità di persuasione di Washington, non certo dalla buona volontà dei contendenti.

Preparato per un'intera settimana dall'ennesima spola dell'ultrasettantenne Mitchell, il calcio d'inizio appare in effetti l'unico fatto positivo certo. E le divergenze riguardano finanche l'agenda di base dei colloqui.

Ieri il presidente israeliano Shimon Peres - riecheggiando con accenti appena più soavi quello che Netanyahu e altri ministri della compagine a forte maggioranza di destra al potere a Gerusalemme avevano già sbattuto sul tavolo - ha ricordato all'inviato di Obama che lo Stato ebraico aderisce di buon grado ai proximity talks, in attesa di "negoziati diretti", ma considera tema prioritario della discussione la questione della propria sicurezza.

 

Poche ore più tardi Abu Mazen e il capo negoziatore dell'Anp, Saeb Erekat, hanno ripetuto di voler al contrario entrare subito nel vivo dei dossier politici veri: a cominciare dalla definizione dei confini del futuro Stato palestinese, previo il superamento della "politica israeliana di colonizzazione". Ed è proprio qui che l'Olp confida nella garanzia americana, o quanto meno in un sostegno pubblico della Casa Bianca laddove il governo Netanyahu dovesse tener duro sui temi più spinosi. Primo fra tutti il congelamento dei piani edilizi ebraici a Gerusalemme est, che i palestinesi rivendicano quale loro capitale e la cui annessione a Israele non è riconosciuta dalla comunità internazionale. Ma rispetto al quale neppure le frizioni recenti con il grande alleato americano sono riuscite a strappare a ‘Bibi' un qualunque impegno formale.

 

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