Analisi e commenti

Berlusconi, Tremonti e le scelte di politica economica. I dioscuri del Governo

Di Luca Tentoni

06-06-2010

Da quando è nato il quarto governo Berlusconi, il ministro Tremonti ha sempre ricoperto un ruolo di primissimo piano. Anche senza essere vicepresidente del Consiglio, può considerarsi a tutti gli effetti qualcosa più di un semplice "numero due" rispetto al Cavaliere. La capacità di dettare ai suoi colleghi le priorità di spesa, di fissare budget e compatibilità ha spesso fatto dire allo stesso premier che alcuni provvedimenti non si sarebbero potuti adottare per il veto del "severo Tremonti", guardiano inflessibile dei conti pubblici.

Il potere del ministro dell'Economia e certe vedute non sempre del tutto coincidenti con quelle di Berlusconi hanno fatto pensare ad un pericoloso dualismo. Si è persino scritto - con quanta fondatezza è da dimostrare - che il Cavaliere tema che Tremonti sia "un nuovo Dini", ma così non è.

Lo dimostrano gli atteggiamenti tenuti dai due nelle ultime settimane, a partire dalla conferenza stampa di presentazione della manovra. Berlusconi ha introdotto il discorso di Tremonti presentandolo come un testo che portava il suo imprimatur, non come qualcosa di "imposto" dal ministro al Governo.

In cambio, l'altro ha riconosciuto che un provvedimento del genere non poteva che avere il "timbro" politico e personale del presidente del Consiglio. Il quale, così, ci ha - come doveva fare - "messo la faccia" ma ha condiviso il peso dell'iniziativa col suo severo ministro e ha inquadrato il tutto in uno scenario da stato di necessità (a causa della Grecia, per rispettare gli impegni europei, per riparare i danni dei governi precedenti e così via) tale da rendere meno forte l'impatto mediatico e psicologico della stangata.

I sondaggi gli hanno dato ragione: con la tattica del "poliziotto buono" (il premier che non voleva i sacrifici) e del "poliziotto cattivo" (il ministro rigorista che doveva pur fare il "lavoro sporco" di tagliare e trovare 24-25 miliardi) finora è andato tutto abbastanza bene. Al di là del gioco di squadra fra i due (confermato quando è stata ipotizzata la riforma dell'articolo 41 della Costituzione) non vanno trascurate le divergenze - che pure ci sono state e ci sono - non tali, però, da far pensare ad una convivenza forzata.

Tremonti ha molto potere e ha acquisito prestigio internazionale, ma non riuscirebbe facilmente a diventare protagonista di un "ribaltone", neppure se volesse e non solo perchè non ci sono i numeri in Parlamento. In un governo di larghe intese dovrebbe contrattare con più leader la politica economica: ora deve vedersela "solo" con il Cavaliere. Il quale, a sua volta, non può fare a meno di lui: con un ministro diverso, più duttile, tutto il peso delle scelte e dell'impopolarità finirebbe sul premier.

Berlusconi e Tremonti, insomma, hanno tutto l'interesse a collaborare: in prospettiva, uno andrà al Quirinale, l'altro a Palazzo Chigi. Sono i dioscuri (o meglio, i "gemelli diversi") di questo governo: domani chissà, ma oggi non potrebbero separarsi neppure se lo volessero. 

 

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