Analisi e commenti

Berlusconi, la Costituzione, I giudici e le intercettazioni. Tra boutade e paradossi

Di Alfredo Orlando

12-06-2010

Qualunque sia l'interpretazione che si voglia dare delle ultime mosse di Silvio Berlusconi, una cosa è certa: un osservatore straniero non abituato alle alchimie della politica italiana, le troverebbe semplicemente strane, se non addirittura incomprensibili. Ma c'è soprattutto una delle ultime esternazioni del premier che questo osservatore troverebbe del tutto assurda: quella secondo la quale al capo del governo sarebbe impedito di governare.

Anche la persona più incompetente di politica prenderebbe quella affermazione per ciò che è: una boutade, un menare il can per l'aia per giustificare un'azione di governo balbettante e a volte persino imbalsamata, malgrado tutti i proclami e gli altisonanti annunci.

Già, perché la schiacciante maggioranza su cui il premier può contare sia alla Camera che al Senato, dovrebbe far procedere il governo, nell'attuazione del suo programma, come un treno ad alta, ad altissima velocità, mentre spesso lo si vede invece arrancare, quasi deragliare. Insomma, una affermazione paradossale quella di Berlusconi sugli ostacoli che non gli consentirebbero di lavorare, per il bene del paese naturalmente, mica per il suo, con la determinazione e la rapidità che lui vorrebbe.

Il paradosso più grande il premier lo ha però raggiunto durante l'Ufficio di presidenza del Pdl che ha varato il testo definitivo della contestatissima -e molto criticata, in Italia e all'estero- legge sulle intercettazioni. La quale, con la scusa di tutelare la privacy dei cittadini, in realtà limita, e in certi casi addirittura ostacola le indagini della magistratura sulla criminalità e il malaffare (comune ma anche politico: e questo, forse, è il punto che maggiormente sta a cuore ai sostenitori più tenaci del provvedimento), impedendo alla stampa di informare e ai cittadini di sapere. Il tutto, accompagnato da sanzioni pecuniarie e finanche col carcere per giornalisti ed editori che non dovessero adeguarsi alla futura normativa. Da qui la definizione di "legge bavaglio".

Un bavaglio che Berlusconi avrebbe voluto ancora più stretto di quanto non continui ad essere, nonostante le quasi insignificanti modifiche al testo ottenute dalla componente finiana del Pdl. Modifiche che hanno indotto il premier -ed ecco il paradosso- a non sottoscrivere il testo della legge frutto del compromesso con i finiani, sostenendo che lui non vi si riconosce. E per evitare eventuali sorprese durante l'iter parlamentare da parte della sua maggioranza -fidarsi è bene non fidarsi è meglio- ha preteso che sul provvedimento venisse posta al Senato la questione di fiducia (nei prossimi giorni il disegno di legge passerà all'esame della Camera per il varo definitivo).

Bene: non si era finora mai visto un presidente del Consiglio dare il via libera in Parlamento a una legge che lui dice di non condividere, vero o falso che sia. Sì, perché alcuni sostengono che il premier abbia giocato una doppia partita: se la legge passa avrà comunque raggiunto l'obiettivo di condizionare magistratura e stampa; se per una ragione qualunque non dovesse alla fine passare, addosserebbe la responsabilità ai continui "distinguo" di Fini e dei suoi.

Chi o cosa gli impedirebbe di attuare il suo programma , il premier, come è noto, l'ha indicato nella Costituzione: "un inferno" per il suo governo del fare, l'ha bollata. Che la nostra Carta abbia bisogna di alcuni aggiornamenti, senza minarne però le fondamenta su cui si basa il sistema democratico, a cominciare dalle norme che regolano gli equilibri fra i vari poteri e gli assetti su cui essi poggiano, tra i quali l'indipendenza della magistratura e la libertà della stampa, molti concordano. Ma che contro di essa si spari ad alzo zero come ha fatto Berlusconi, quasi evocando forme autoritarie dell'esercizio di governo che sarebbero legittimate da un voto che lo ha visto due anni fa prevalere nella competizione elettorale, ce ne corre.

E qui, a volere essere pedanti, ma non troppo, altro paradosso: su questa Costituzione lui ha giurato solo due anni fa per la quarta volta. Ci aveva quindi già "convissuto" negli anni precedenti, sia pure a periodi alterni, ma comunque per un tempo sufficiente per valutarne quelli che lui giudica gravi difetti. Possibile allora che abbia capito solo adesso che convivere con questa Costituzione è addirittura "un inferno"?

L'uomo è troppo sveglio per non essersene accorto prima. E dunque perché non ne ha fatto uno dei punti qualificanti della campagna elettorale, invece di promettere l'impossibile, ad esempio il taglio delle tasse, tanto per dirne una? "Se proprio la Costituzione non gli piace che se ne vada", è sbottato il mite Pierluigi Bersani, consapevole naturalmente di rivolgere al premier un invito platonico.

Al quale se ne potrebbe aggiungere un altro, però concreto: se è onestamente convinto del suo giudizio così negativo sulla Costituzione, perché non va in Parlamento a dire apertamente quali sono le parti della nostra Carta fondamentale che a suo giudizio sono da cambiare e come le cambierebbe? Presenti le sue proposte di modifica nei modi e nei tempi previsti, e chieda alle Camere di pronunciarsi. Sarebbe un atto finalmente non paradossale ma coerente.

 

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